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126 NEW YORK, DI NUOVO

-La conchiglia è un registratore di suoni? Cioè: com’è possibile che, se appoggio l’orecchio al guscio, si senta il rumore del mare? Questa domanda mi aveva fatto ridere e, lo giuro, non ricordo chi la fece.

Mi è tornata in mente adesso. Sento il rumore come del mare all’interno di una conchiglia. Dentro il guscio della stanza, i suoni provenienti dall’esterno si confondono: i condizionatori affacciati alle finestre, le automobili, i treni, il vapore che esce dai camini di misteriose locomotive piantate in mezzo agli incroci di Manhattan, gli aeroplani che percorrono cerchi concentrici nel cielo, come le biglie del flipper, prima di cadere nella buca dell’aeroporto.

Il rumore filtra attraverso le finestre e trabocca all’interno dell’appartamento, si spande sul pavimento e riempie la casa fino al soffitto. Non c’è modo di assentarsi dal brusio. Filtra da sotto le porte e fa vibrare i bicchieri con frequenze subsoniche di balena. Appoggio lo stetoscopio dell’orecchio al muro per trarre una diagnosi ovvia: New York è viva.

Sono arrivato a marzo. Attraverso il finestrino dell’aereo, ho visto una linea di iceberg che si spingeva a sud, fino al Massachusetts. Long Island é coperta di neve. L’isola sembra un osso di seppia e, fuori dal JFK, le auto pattinano sul ghiaccio come i bambini sulla pista di Bryant Park.

Il tassista ha parlato per tutto il viaggio al telefono, tenendo l’apparecchio tra l’orecchio e la spalla. Comprendo solo qualche pezzo di frase.

-Maldito tubo helado, Maria por el fuego!

Niente acqua, niente riscaldamento. La moglie strilla e lui le ripete di riscaldare il maledetto tubo con il fuoco.

-Por el fuego, Maria, el fuego!

Il termometro sul cruscotto segna dieci gradi Fahrenheit.

Quando il muso del taxi si è affaccia sulla Steinway, l’autista raddrizza il collo come un cane guardingo per leggere il nome delle strade. Rivedo le insegne greche e, in fondo, un treno che attraversa la sopraelevata come un modellino su uno sfondo di cartone.

Sono già stato qui con Amina. Abbiamo mangiato in uno di questi ristoranti. Cerco un segno riconoscibile della circolarità della vita tra quei fregi spenti del Partenone, ma non riconosco nessun posto. Qui cambia tutto così in fretta.

Il tassista ferma l’auto e si volta verso di me. Solo ora vedo la sua faccia paonazza e il telefono attaccato con del nastro adesivo all’orecchio. Mantenendo il collo storto sul telefono, allunga la mano guantata e mi dice:

-Sono quaranta dollari. Stia attento quando scende, è tutto ghiacciato. Poi, alzando il tono della voce, conclude:

-Maria, si no hay agua, ve a lavarse el culo!

L’auto riparte e le ruote spruzzano in aria pezzi di ghiaccio e di neve come una fionda.

Guardo la porta di casa. La luce interna è spenta. Trascino per qualche metro la Samsonite e mi sposto sotto il cono di luce di un lampione. Tutt’intorno è un delirio di fiocchi di neve che turbinano nel cono di luce, come in una di quelle palle di cristallo che si comprano a Natale.

Mi irrigidisco dentro il cappotto, come per mettere, tra me e l’aria fredda, la massima distanza possibile.  Mi accendo un sigaro.

Che cazzo di tempo, ripeto, tra una boccata e l’altra.

Respiro l’aria pungente e mi sento bene. Sono contento di essere qui.

~ di Sandro on 10 Maggio 2015.

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