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125 L’ALTOPIANO DELLE TRE CIME

La popolare saga altoatesina di Re Laurino spiega perché, all’alba e al tramonto, le montagne delle Dolomiti si tingano di rosa. Si tratta del fenomeno ottico dell’enrosadira. “Re Laurino si rivolse verso il giardino di rose che egli stesso aveva messo a dimora sui monti del Catinaccio e formulò una maledizione: né di giorno, né di notte, nessun uomo avrebbe potuto più ammirarlo. Nella concitazione, il re dimenticò di menzionare i momenti dell’alba e del tramonto. Da allora, accade che, in particolari momenti della giornata, le Dolomiti si colorino dello stesso colore di quell’ineffabile giardino di rose”.

Cento anni fa aveva inizio quella che sarebbe stata poi ricordata come la Grande Guerra. Il Fronte Italiano fu dominato pressoché lungo tutta la sua estensione da un logorante equilibrio delle posizioni, con rari attacchi dimostrativi seguiti da spasmodici arroccamenti, vicende circoscritte che avvamparono come scintille lungo i confini nordorientali del nostro Paese. Ciononostante, la fiamma di quelle vampate bruciò centinaia di migliaia di vite e riverberò per tutta la Penisola, come se si trattasse di una grandiosa enrosadira. Al termine del conflitto, in ogni città o paese, per quanto piccolo o remoto, si eressero lapidi a memoria di quanti perirono nel sacrificio di servire la Patria.

Nell’amplissima cornice dolomitica, le tre Cime di Lavaredo rivestono un fascino alpinistico di prima grandezza. La cima Piccola, la Grande e la Ovest costituiscono uno dei pochi monumenti naturali di cui anche il profano riconosce l’inconfondibile profilo.  Le Cime hanno da sempre costituito terreno di sfida per i più forti alpinisti d’ogni tempo. Nella sala da pranzo del rifugio Auronzo, costruito ai piedi della parete sud della Cima Ovest, si trovano appese fotografie in bianco e nero che mostrano lo sviluppo delle vie storiche. Le guardo e penso a Comici, a Cassin, a Bonatti. In quello stesso punto, hanno sostato i più grandi alpinisti di ogni tempo prima di affrontare una nuova salita.

Tra luglio e agosto, insieme con Amina, abbiamo compiuto una visita dell’altopiano delle Tre Cime. E’ stata l’occasione di esplorare sia il territorio, sia la storia degli uomini che ne hanno alimentato la leggenda.

L’altopiano delle tre Cime, è un vasto tavolato costituito dalle dolomie dello Sciliar, posto a una quota di circa 2.300 m, sopra il quale si elevano le cosiddette dolomie principali, finemente stratificate, delle Tre Cime (2.999 m), del Monte Paterno (2.746 m), delle Crode dei Toni (3.094 m) e Passaporto (2.719 m).

I confini geografici dell’altopiano sono segnati dalle valli della Rienza e del Sassovecchio a nord, dalle valli Fiscalina e della Giralba a est, dalle valli dell’Ansiei e della Popena a sud e a ovest. La linea di cresta, dal Col di Mezo, alla forcella del Pian di Cengia, attraverso le Tre Cime, la Forcella di Lavaredo, la Croda Passaporto e il Monte Paterno segna il confine tra il Veneto e l’Alto Adige, quello stesso confine che, nel luglio del 1914, separava l’Italia dall’impero di Austria-Ungheria.

L’accesso più comodo all’altopiano è costituito dalla rotabile a pedaggio che sale da Misurina e raggiunge il rifugio Auronzo, a 2.320 m. Da qui, con un breve percorso in quota, dirigendosi verso ovest, si raggiunge la forcella del Col di Mezo (2.324 m).

In bilico per un lungo periodo tra neutralità e interventismo, l’Italia inviò l’ultimatum all’Austria quasi un anno dopo l’inizio delle ostilità in Europa, il 23 maggio 1915. A far data dal giorno successivo, sarebbe stata la guerra. I fanti austriaci, inviati in tutta fretta per schierarsi sui valichi di frontiera, li trovarono già occupati dai soldati italiani. In particolare, sui Col di Mezo, forcella Lavaredo e Pian di Cengia, sventolava già da alcuni giorni il tricolore. Alle ore dieci in punto del 24 maggio, due tiri di cannone austriaci provenienti dal Monte Rudo raggiunsero il Col di Mezo, dove gli alpini del battaglione Pieve di Cadore lavoravano allo scavo delle trincee, ancora ignari dell’inizio delle ostilità. Lì caddero le prime due vittime italiane del conflitto.

Le trincee scavate e i muri eretti dagli alpini sul Col di Mezo sono ancora lì, sulla linea di cresta, insieme con gli indecifrabili resti di costruzioni in pietra, e i crateri scavati dai colpi di obice, orlati di ortica e rododendri. Questo è il primo tratto del percorso ad anello che si snoda intorno alle Tre Cime. Ancora un breve tratto in piano, e ci si affaccia sul pianoro ai piedi del versante settentrionale del gruppo montuoso.  Vastissimi conoidi detritici orlano la base delle verticali, a tratti strapiombanti, delle pareti Nord. Quella della cima Grande e, soprattutto, quella della cima Ovest, sono state, e sono tuttora, il terreno di sfida dei più forti alpinisti del mondo: più di seicento metri di roccia sovrastano e atterriscono l’escursionista; la verticalità è assoluta, la sensazione di vuoto, enorme.

Lo sguardo corre lungo la parete, in alto. Non ci sono riferimenti utili per stabilire una scala delle misure. Le dimensioni di un uomo si contraggono fino a diventare un punto colorato, un’intuizione ottica. Poco più in là, alla base delle pareti, enormi trovanti rocciosi sono i testimoni di immensi crolli post-glaciali. Alcuni di essi sono stati smossi con le mine e con le piccozze. L’uomo ha, infatti, modificato il profilo di molte di queste montagne, allo scopo di renderle inespugnabili o, come nel caso della cima Grande, per installarvi un cannone, ai due terzi dell’altezza, e un potente faro elettrico, proprio sulla vetta. Il faro, durante il giorno, era alloggiato in una nicchia di roccia. Illuminava il campo di battaglia durante gli attacchi notturni. A causa dei lavori di preparazione del sito per l’installazione del faro, la cima Grande perse alcuni metri e, da allora, non poté più svettare sopra i Tremila.

L’anello intorno alle Cime prosegue verso nord est. Qualche mucca invadente accompagna l’escursionista fino alla malga di Langelalmhutte (2.289 m), dove si può acquistare un bicchiere di yoghurt, o di vino, e alle sorgenti della Rienza, dove limpidi laghetti glaciali riposano ai piedi delle falde ghiaiose.

In poco tempo si giunge al rifugio Locatelli (2.405 m). Si tratta di uno dei più noti rifugi dolomitici. Inaugurato nel 1883, fu distrutto dalle cannonate italiane, durante le prime fasi del conflitto, in risposta alle prime granate austriache. Il gestore era Sepp Innerkofler, la leggendaria guida sudtirolese. Il 24 maggio, egli si trovava proprio sull’affilata guglia del Monte Paterno, per osservare i movimenti delle truppe italiane oltre la forcella di Lavaredo e per dirigere il tiro degli obici austriaci.

Al quinto colpo la mia casa s’incendia. Mentre scrivo qui sul Paterno, brucia il Rifugio giù in fondo, il rogo tra i monti fa un’impressione imponente. Laggiù il fuoco, quassù battiamo i denti dal gelo (…) Adesso c’è il sole, e tutto questo mi appare più interessante che pauroso e terribile.

Sepp Innerkofler perse la vita nel luglio successivo, nel tentativo di espugnare la vetta del Monte Paterno, che pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità era stata occupata stabilmente dagli italiani. Col favore della notte, l’ardita guida si arrampicò, lungo lo spigolo occidentale della struttura rocciosa e giunse, all’alba, pochi metri al di sotto della postazione italiana di vetta. Da lontano, fu visto dalle postazioni austriache mentre lanciava tre bombe a mano oltre il muretto sommitale. Poco dopo, fu colpito e cadde, morto. Il corpo restò per lungo tempo in parete, dove si era arrestato lungo la caduta. Quando gli austriaci recuperarono il possesso del monte Paterno, nel breve intervallo tra la rotta di Caporetto e la fine della guerra, trovarono la tomba di Sepp sulla cima del monte, indicata da una dignitosa lapide: Sepp Innerkofler, guida alpina.

La scalata del Paterno di Innerkofler, una via alpinistica lunga 250 metri con difficoltà fino al V grado e sotto la minaccia delle armi italiane, resta un’impresa leggendaria. La morte del sudtirolese, come ogni impresa eroica, presenta ancora aspetti avvolti dal mistero. In particolare, esistono diverse versioni circa quali circostanze determinarono la morte della guida. Le versioni ufficiali raccontarono della guida colpita da un sasso o da un proiettile italiano. Stando al racconto del figlio di Sepp, testimone oculare dei fatti, l’uomo fu invece colpito per errore, non appena si rese visibile contro il cielo, da una mitragliata partita dalle linee amiche del fronte austriaco.

Per raggiungere la vetta del Paterno, si lascia il rifugio Locatelli e si affronta la sottile cresta nord del monte che ha inizio in corrispondenza di una caratteristica formazione rocciosa denominata Salsiccia di Francoforte. Qui (2.513 m), in forte pendenza, ha inizio una lunga galleria che trafora la cresta. Si tratta della galleria Paterno. Fu scavata dagli italiani per collegare le postazioni avanzate situate sotto il Sasso di Sesto, ubicato poco a nord del rifugio Locatelli. L’approvvigionamento dell’avamposto era critico, per via dell’assoluta esposizione del percorso al fuoco nemico che proveniva dalle sovrastanti posizioni sulla Torre di Toblin (2.617 m). Inoltre, le condizioni ambientali che, nell’inverno del ’17, lasciarono sul terreno una coltre di oltre dieci (sic!) metri di neve, suggerirono di costruire un percorso riparato per raggiungere la postazione.

La galleria fu scavata in pochi mesi dagli alpini. Il percorso offre numerosi punti panoramici in corrispondenza delle finestre che si aprono sui due lati della galleria verso le valli sottostanti. Durante la ritirata che seguì ai fatti di Caporetto, la galleria fu minata e fatta franare in alcuni tratti. La completa percorrenza, richiede oggi, oltre alla lampada frontale, l’uso di un kit da ferrata per superare i tratti attrezzati.

Circa alla metà del percorso in galleria, nei pressi della forcella del Camoscio (2.650 m), si trova l’attacco della via ferrata che conduce fino alla cima del Monte Paterno (2.744 m). Giunti in vetta, l’ampio giro dell’orizzonte consente di riconoscere gran parte dei gruppi montuosi delle Dolomiti. La visione delle Tre Cime e dello scenario su cui si stagliano è grandiosa. Tra le rocce rotte della cima, sono ancora riconoscibili, i resti delle fortificazioni italiane, oltre a una lapide commemorativa che ricorda l’impresa di Innerkofler.

Rientrati alla forcella del Camoscio, si prosegue lungo il percorso militare in direzione sud, verso altri tratti attrezzati e in galleria, attraverso la forcella Passaporto (2.530 m), e si termina l’escursione in prossimità della forcella Lavaredo (2.454 m).

Dalla forcella del Camoscio si può raggiungere, in direzione est, la forcella di Pian di Cengia (2.522 m), lungo il sentiero attrezzato della Pace. Poco oltre la forcella, il minimale rifugio di Pian di Cengia (2.528 m), il più alto tra i rifugi delle dolomiti di Sesto, accoglie gli escursionisti in una conca solitaria e riposta. E’ difficile immaginare l’accanimento dei combattimenti, lassù, seduti al sole agostano mentre si sorseggia uno sciroppo di sambuco. Eppure, da qui partì l’attacco alle postazioni austriache dell’agosto del ’15, che fruttò la conquista di quei pochi chilometri quadrati che si estendono dal Pian di Cengia al Sasso di Sesto, immediatamente sopra l’attuale posizione del rifugio Locatelli. Fu una battaglia selvaggia.

Il comandante della posizione nemica è a terra, rantolante. Il capitano Neri, comandante la colonna proveniente da Forcella Pian di Cengia, si approssima al comandante avversario e gli tende la mano. Il morente con uno sforzo supremo si drizza nel busto, squadra il capitano con gli occhi stravolti dall’agonia e dal furore, rapido punta la pistola. Gli è strappata l’arma di mano. Si rovescia e spira. Macabro e stupendo.

Chi scrive, è Antonio Berti, alpinista, per passione, e ufficiale medico al fronte, per coscrizione. Terminata la guerra, Berti riporterà le molte testimonianze dei soldati da lui assistiti sulle pagine dei suoi libri. Suo è anche il volume del 1928 sulle Dolomiti Orientali della Guida ai Monti d’Italia. Chissà se nei momenti concitati della battaglia all’ombra delle Cime, Berti immaginava che, soltanto quindici anni dopo, Emilio Comici avrebbe salito la Ovest dopo aver letto la sua descrizione della inscalabile parete Nord.

Proseguendo verso ovest, attraverso la forcella Lavaredo, si completa il giro ad anello delle Cime. Oltre la forcella, verso sud, si trova il trincerone e le rovine delle casermette italiane. Poco più in basso, s’incontra il rifugio Lavaredo (2.344 m). Verso nord, invece, oltre la forcella, a poco più di un chilometro di distanza, si staglia il rifugio Locatelli; e poi, la minacciosa torre di Toblin e la lunga cresta rocciosa del Paterno. Tutt’intorno tra le rocce rotte, l’occhio allenato individua ovunque brandelli di murature, feritoie scavate nella roccia, resti non più intellegibili di opere di legno e di ferro che un tempo ebbero un senso.

Sotto la forcella, infatti, circondato da un perimetro munitissimo di fortificazioni naturali e artificiali tenute sotto tiro in ogni momento del giorno e della notte dalle contrapposte artiglierie, si estende un vasto pianoro butterato di crateri e rocce rotte. Non è difficile immaginare il filo spinato, il rumore del cannone e le fiammate che vi avvamparono per tre lunghi anni. Si tratta della terra di nessuno, un altopiano esteso per pochi chilometri quadrati, la cui effimera conquista costò la vita, onda dopo onda, di migliaia di soldati di ambo le parti.

La visita all’altopiano delle Tre Cime può essere compiuta in una sola giornata estiva. In tal caso, ci s’incolonnerà insieme con la lunga e colorata fila di escursionisti che affolla dalle prime ore della mattina i sentieri più noti della montagna. Tuttavia, si suggerisce di compiere la visita pianificando una permanenza più lunga, che permetta di concatenare percorsi escursionistici, vie ferrate e facili ascensioni, comunque commisurate con le proprie capacità. Si consiglia di evitare i momenti più affollati e di esplorare i luoghi più riposti, alla ricerca di una traccia, o di uno scorcio personale. Si suggerisce anche di sostare a lungo in un luogo solitario, di provare a scorgere l’allegro zampettìo delle marmotte su un prato vicino, e di godere in assoluta pace della luce e del silenzio dei panorami dolomitici. Si consiglia, infine, di trascorrere una serata di relax seduti al tavolo di un rifugio,  assaggiando le specialità della casa, i canederli di spinaci, la polenta con i finferli, il gulash, con un libro accanto al piatto caldo, e, intanto, ricostruire con la memoria i passaggi della giornata, scoprendo di non essere stati solo escursionisti sui sentieri della montagna, ma anche viandanti sui luoghi della memoria.

Lasciando l’auto presso l’abitato di Misurina, si può raggiungere il rifugio Auronzo con un’autolinea comoda e puntuale. L’area può essere raggiunta, con minore comodità, dal versante settentrionale. E’ consigliabile prenotare i rifugi con largo anticipo.

Accanto alla corrente edizione della Guida CAI-TCI, per attingere notizie e suggestioni possono essere utilmente consultati i seguenti riferimenti bibliografici:

  • I sentieri della Grande Guerra, aavv, 2014, ed. RCS-CAI;
  • La Grande Guerra sul fronte Dolomitico, A.Fornari, 2014, ed.DBS;
  • Guerra fra le Tre Cime, P.Kubler e H.Reider, 2010, ed. Reider Touristik sas;
  • Tre Cime di Lavaredo, Meridiani Montagne, 2005, Ed.Domus;
  • Dolomiti di Sesto, foglio 010, carta topografica per escursionisti, scala 1:25.000, ed. Tabacco;
  • www.ilmeteo.it – Tre Cime di Lavaredo (BL).

~ di Sandro on 28 Agosto 2014. Tagged:

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