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121 DE AMERICA

Credo nella sacralità di una promessa, che la parola di un uomo dovrebbe essere solvibile come la sua cambiale, che il carattere – non la ricchezza o la posizione – sia il valore supremo.

Di tutte le parole che si possono spendere, parlando dell’America, mi tornano ora alla mente quelle che mi ripeteva il mio carissimo professor Rossi: se Hitler, o Mussolini, avessero visitato per tempo gli Stati Uniti, non avrebbero mai, nemmeno per un momento, pensato di dichiarare guerra a questo Paese.

Acciaio e benzina; automobili, aeroplani e navi, ponti, grattacieli e ferrovie; e centinaia di milioni di mani che lavorano, occhi che guardano, bocche che parlano. C’è un intero continente che produce e consuma tutto quello che l’uomo può, e i suoi campi coltivati sono più estesi della stessa Europa. Questa, e non solo questa, è l’America.

Gli Stati Uniti sono una democrazia pragmatica. In termini classici, si tratterebbe di un’aristocrazia della classe dirigente. La democrazia, in sé, è uno dei peggiori sistemi di governo, in quanto ha un tasso di fallimento prossimo al cinquanta per cento: la democrazia scontenta, infatti, quasi una persona su due. C’è poco di peggio, a parte le dittature. La classe dirigente americana ha capito perfettamente che il consenso, per quanto sia disinformato, ha bisogno di potere d’acquisto; e di un’epica nazionale. Si tratta di un caso eclatante di ottimo paretiano, in cui ogni pesce ingrassa, a prescindere dalla rispettiva posizione all’interno della catena alimentare. L’epica nazionale fornisce le giustificazioni di principio che spiegano al mondo come un paese di pirati sia assurto a potenza planetaria; e i principi sono presi qui con una serietà disarmante: puoi vivere trent’anni in Italia, o in Francia ma, se sei uno straniero, non ti sentirai mai italiano, o francese. Non c’è altro posto nel mondo, invece, dove un uomo può diventare un cittadino di un paese straniero, se non negli States. Il fatto straordinario è che, quello stesso uomo, avendo trovato una madre che lo accoglie come un figlio ritrovato, si sentirà più americano di un nativo.

Non capisci l’America osservandola da fuori. Dovresti osservarla da dentro. Dovresti andare a Washington e visitare il sacrario della star spangled, quella bandiera composta come una reliquia e venerata da motociclisti, cow boys, e casalinghe del Midwest, tutti con la mano sugli occhi per asciugare le lacrime; dovresti toccare con le tue mani il fragile guscio del LEM, il modulo lunare, per capire appieno il senso delle parole di JFK: scegliamo di andare sulla Luna, non perché sia facile, ma perché è difficile; dovresti startene solo e vagare per un po’ a NY, le mani in tasca, e poi, attraversare il ponte di Brooklyn, guardarti intorno e scorgere sulla destra il Chrisler building, la torre di Babele, quel familiare disegno dello skyline di Manhattan, e cercare di comprendere cosa ti faccia sentire come se fossi a casa anche se è la prima volta che ti trovi lì. Dovresti incrociare, di sfuggita nella subway, lo sguardo serio di un ragazzo portoricano che porta al collo un cartello. E’ privo delle braccia e sul cartello è scritto: scusa, ho perso tutto, ma sto cercando di rimettermi in piedi.

La nostra dialettica ideologica, logora e vecchia quanto il vecchio continente, mostra un ridicolo paternalismo nei confronti degl’ingenui d’America. Non riusciamo a capire le parole di J.D.Rockefeller Jr., quello del miliardo di dollari elargito per filantropia. C’è qualcosa dietro, di sicuro. Per noi, dietro le cose, c’è sempre un secondo fine. Non ce ne facciamo una ragione, non ne capiamo il senso. Dovremmo andare a vedere con i nostri occhi.

Credo nel valore supremo dell’individuo e nel suo diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Credo che ogni diritto comporti una responsabilità; ogni opportunità un obbligo; ogni possesso un dovere. Credo che la legge sia fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge; che il governo sia al servizio della gente e non il padrone della gente. Credo nella dignità del lavoro, sia con le mani che con la mente; che nessuno abbia il diritto di essere mantenuto ma che tutti abbiano il diritto a un’opportunità per mantenersi. Credo che la parsimonia sia essenziale alla vita bene ordinata e che l’economia sia il prerequisito di una struttura finanziaria sana, nel governo come nel business o negli affari personali. Credo che la verità e la giustizia siano fondamentali per un ordine sociale duraturo. Credo nella sacralità di una promessa che la parola di un uomo dovrebbe essere solvibile come la sua cambiale: che il carattere – non la ricchezza o la posizione – è il valore supremo.Credo che servire sia dovere universale del genere umano e che solo nel fuoco purificatore del sacrificio l’anima umana si liberi dalla scoria dell’egoismo. Credo in un Dio che tutto ama e tutto sa, chiamatelo come volete, e che la più elevata utilità individuale sia da cercare nell’armonia con la sua volontà. Credo che l’amore sia la più grande cosa al mondo; che solo l’amore possa vincere l’odio; che il diritto possa trionfare sulla forza e che trionferà. (J.D.R. Jr., 1941)


 

 

 

 

 

 

 

 

 

~ di Sandro on 24 Luglio 2013.

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