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119 FENOMENOLOGIA DI NEW YORK

Vai a Hoboken, New Jersey; vai oltre l’Hudson. Prendi uno di quei treni che attraversano il fiume passando sotto il suo letto e, giunto sulla sponda opposta, guarda l’isola di Manhattan da lontano; osserva i suoi grattacieli piantati su una lisca di terra dal confine indefinibile, cerca di cogliere la geometria frattale dei pontili e dei pali di legno conficcati nel fondo melmoso del fiume. Da lì, ti sembrerà di vedere, a ridosso della linea bianca della marea, il confine tra la foresta pluviale e l’oceano, come in Sierra Leone, quell’intrico brulicante di mangrovie inesplorate, sovrastato dai fusti dritti e altissimi del cotton tree, miracolosamente in piedi su un sottile tappeto di radici galleggianti.

New York è una città di fondazione, tracciata sulla carta nella sua maglia regolare di strade disegnate dove prima non esisteva nulla, se non le piste di terra degli indiani lungo la Broadway; New York è l’unione delle sponde, è la città dei ponti; è l’infinita teoria di strade che la tagliano con precisione da est a ovest, uptown e downtown, trasparente al sole che tramonta verso il New Jersey. New York è Europa e America, fianco a fianco, ma anche Africa e Asia; è la frontiera tra l’oceano e il continente; ma anche la linea di separazione tra il tuo passato, cioè l’epoca in cui ancora non c’eri stato, e il tuo futuro, quando, pur lontano da essa, sentirai ancora palpabile, sulla punta delle dita, il profilo seghettato del suo skyline di acciaio. 

L’aria che proviene dall’oceano viene risucchiata dai moti convettivi animati dal riscaldamento di migliaia di chilometri quadrati di tetti e strade esposte al sole, e si solleva in nuvole grigie; la città respira e crea il suo proprio clima. Il traffico dei veicoli pulsa nelle arterie e si contende le strade con gli uomini pedestri. Il rombo dei motori e degli impianti di climatizzazione, insieme con lo sferragliare dei treni e l’urlo lacerante delle sirene, è un unico rumore denso che riempie ogni interstizio libero e fa vibrare gli stralli dei ponti sospesi come se si trattasse di suoni provenienti dagli abissi, come la voce delle balene.

Non puoi chiudere gli occhi e credere di essere in un qualunque altro posto del mondo: anche tu sei parte di New York, di quello schema di linee colorate che le traiettorie di milioni di persone disegnano ogni istante sulla mappa della Subway. Anche tu sei una parte di quella rete di circuiti che funziona secondo leggi fisiche troppo complesse per essere colta da vicino, comprensibile solo da lontano, quando il caos della città diventa colori e luci, e il fiume sprofonda nella notte, nero come l’inchiostro.

A Manhattan ci si sposta dall’esterno verso l’interno, da nord verso sud, dal basso verso l’alto, verso quell’isola legata così solidamente al mondo intero da far presto dimenticare la sua natura di terra d’oltremare, e da convincere l’uomo che la guarda da lontano che è Manhattan, il continente, e che tutto ciò che le sta intorno, è invece un arcipelago di isole collegato alla terra da ponti d’acciaio e cavi elettrici.

~ di Sandro on 19 Luglio 2013.

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