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115 SELVAGGIO BLU

PROLOGO

Quella dell’Ottantanove fu, fino a quei giorni afosi di fine luglio, un’estate sonnolenta. Avevo appena compiuto diciassette anni, e l’adolescenza tirava con la forza di un rimorchiatore oceanico. Turbato da un richiamo ormonale, mi ritrovai, un mattino, seduto su un paracarro dell’Orientale, la strada statale sarda. Non si erano ancora dissolti nella mia mente quella frase pronunciata alcuni giorni prima, vengo a trovarti a Gonone, e il ricordo del profumo di quella ragazza che ancora oggi, a distanza di tanti anni, riconosco tra mille.

Avevo con me una carta stradale dell’Isola, un gigantesco zaino blu, e la vaga idea di raggiungere Gonone in autostop. Lì, affacciata al balcone di un villino vista-mare, con lo sguardo perso verso lontane barche a vela, mi aspettava Lei.  Nella mia fantasia, vedevo la ragazza tenere stretti al vento, i capelli con la mano destra, e l’orlo della gonna, con la sinistra. Ridacchiavo tra me e me per l’infallibilità del piano che avevo escogitato. Pensavo al momento in cui sarei giunto davanti al suo portone, avventuroso come Ismaele, appena scampato al naufragio del Pequod, e inspiravo lunghi respiri pregustando il profumo di quei lunghi capelli scuri. O, almeno così, io immaginavo tutta la questione. A ogni buon conto, avevo nello zaino un sacco a pelo per dormire in spiaggia, nel caso che il villino con vista sul mare fosse stato inespugnabile.

Qualche automobilista generoso accostava al lato della strada e mi portava un poco più avanti lungo il mio viaggio; l’Orientale, a quei tempi, era percorsa perlopiù da traffico locale. Trascorrevano ore intere prima di vedere un veicolo apparire in fondo al rettilineo. Quando giunsi a Baunei, ero in viaggio dal mattino, il sole era già basso.

Attraversato il paese a piedi, mi predisposi per attendere il passaggio di qualche automobilista che andasse oltre, verso nord. Mi sedetti e poggiai la schiena sul guard-rail. Non passò nessuno.

Decisi di alzarmi e di fare quattro passi lì intorno. Mi avvicinai a un ristorante. Attraversai un terrazzino ombroso in direzione dell’ingresso. Avrei voluto acquistare un gelato, ma il locale era chiuso. Ciò che colpì la mia attenzione, furono le foto di un cartellone pubblicitario appeso lì vicino.

Di lì a poco, giunse un tizio con due baffi scolpiti sul viso che mi arrivava all’altezza della spalla. Mi scrutò, aprì la porta del locale e, prima di sparire all’interno, mi disse: ti serve qualcosa? Io, che non cercavo nulla e nessuno, dimenticandomi per un momento del villino vista-mare, ci vuole molto tempo per arrivare lì? gli chiesi, indicando vagamente un arco di roccia proteso verso un mare di un colore mai visto. Cala Goloritzé, c’era scritto sulla foto.

L’uomo rispose dubbioso: da qui? Rimase un po’ a pensare se prendermi sul serio. C’è una strada, proseguì, e poi, se ci sai arrivare, beh, c’è questa mappa dei sentieri, costa ottomila lire.

Vai indietro sulla strada principale fino al paese, proseguì l’uomo, poi sali a sinistra verso la cima del monte, segui i cartelli che indicano la strada per Il Golgo e, quando l’asfalto termina, tu continui a salire, fino proprio alla cima, e poi arrivi alla fine della salita. Allora, inizi a scendere. E poi? gli chiesi. Segui la mappa che ti ho dato, vai giù fino a che la strada non diventa piana, arrivi a queste piscine che vedi in questa foto. Lì vicino c’è una specie di ristorante, oggi è chiuso, ma qualche volta apre pure…

Piscine… ripetevo tra me e me, e lui prosegui: vedi? guarda la mappa, giri a destra e scendi a Goloritzé. E quanto ci vuole? gli chiesi. Mah, rispose sotto i baffi ritti, saranno dieci o dodici chilometri fino al parcheggio. Tu hai la macchina, vero?

Non avevo capito esattamente ciò che l’uomo mi descriveva. Ciononostante, acquistata la mappa dei sentieri, mi incamminai indietro verso il paese, e poi su per la salita che non finiva più, e poi ancora diritto, verso le ombre della sera che ormai calava veloce, e poi ancora al buio di una sera estiva rischiarata dalla luna che, dopo poco, calò senza avvisare. Il profumo di muschio bianco era ormai sopraffatto da profumi mai sentiti, resinosi, animaleschi, di terra e erba.

Prima di lasciare il paese, avevo acquistato del pane, del formaggio e qualche birra. Camminare da solo verso un’avventura sconosciuta mi inebriava di un’ubriachezza mai conosciuta. Mi sentivo padrone del mondo, di quello stesso mondo che stava tramontando dietro le mie spalle avvolgendomi in una notte nerissima, lunga quanto quella sterrata che non finiva più. Il Golgo, ripetevo tra me, cercando di immaginarmi cosa potesse mai essere, se un luogo, o una persona, o una qualche divinità nuragica appostata nel buio.

Camminavo, un passo dietro l’altro, sopraffatto da profumi notturni che non avevo mai nemmeno immaginato, sotto un cielo stellato che non era mai esistito nemmeno nei miei sogni. Mi trovavo in una conca amplissima e tranquilla e, tutt’intorno a me, il profilo delle montagne circostanti si stagliava sul cielo stellato con una vividezza che, lo ricordo ancora oggi, mi faceva pensare che il mondo terrestre iniziasse dove il disegno di un miliardo di stelle terminava lasciando alle montagne circostanti il nero inchiostro di una notte senza luna. Ero stanchissimo. Crollai addormentato sotto un albero, su una pietra piatta.

Di quella notte, ricordo soltanto un sonno profondo, rotto da alcuni risvegli subitanei provocati dall’invadenza dei maiali del Golgo.

Il mattino dopo, avendo dormito forse per la prima volta nella mia vita fuori dal mio letto, senza sapere nemmeno dove fossi, e senza avere mai maneggiato una mappa geografica, mi sollevai in piedi per cercare di capire il senso di quel paesaggio bianco abbacinante che mi circondava.

Intanto, mi misi a leggere sulla pubblicazione acquistata la sera prima, quelle quattro righe che descrivevano la discesa verso Goloritzè. Con grande professione di fede, credetti a ciò che leggevo o, per l’esattezza, credetti alla mia capacità di capire ciò che c’era scritto. Avevo scoperto l’attitudine all’orientamento. Mi sentii come un piccione viaggiatore. Rivolsi la prua verso est, e mi incamminai su una traccia in salita verso un passo che raggiunsi poco dopo. Albeggiava, e mi affacciai per la prima volta verso il mare del golfo di Orosei.

La pubblicazione che avevo acquistato, si trattava di un pieghevole stampato a colori, recava un titolo del quale non riuscivo a farmi un’idea precisa. Selvaggio Blu, si chiamava. Lo avevano scritto un alpinista e un giornalista. Riportava la descrizione di un itinerario che si dipanava parallelamente alla costa, in direzione sud-nord, chiamato Selvaggio blu, nei due tratti, da Guglia a Guglia, tra la Perda Longa e la Cala Goloritzé; e da Cala a Cala, da quest’ultima alla cala di Sisine. La descrizione del percorso principale era corredata dalle descrizioni di numerose bretelle che si orientavano da ovest a est, di collegamento del pianoro del Golgo, con il percorso principale, e quindi con il mare.

In breve, scesi verso il mare. Prima di giungere alla caletta, scrutai verso sinistra lo sviluppo di un canalone laterale che risaliva fino a un’interruzione rocciosa che, da lì, mi pareva invalicabile. Il toponimo è Boladina, c’era scritto nel pieghevole e, prima di volgermi definitivamente verso il percorso che portava al mare, notai un bollo di vernice blu su una roccia. Selvaggio blu… pensai.

Raggiunsi finalmente la cala. Di quel momento, rimane solo una foto che dedicai ai miei piedi nudi, ormai costretti da molte ore in scarponi di un’altra epoca, immersi nell’acqua rinfrescante della cala Goloritzé, adagiati sui ciottoli bianchi.

A metà del mattino, l’unica imbarcazione che approdò nella caletta, mi raccolse e mi trasporto fino a Sisine. Da qui, sempre con la tecnica dell’autostop marino, raggiunsi cala Luna e, prima che facesse buio, Calagonone.

Il profumo di muschio bianco era lì. Non so con certezza se aspettasse me. A giudicare da alcuni inconfutabili segnali, e da quello che accadde in quei giorni, anche a lei piacque che io l’avessi raggiunta. Per dovere di onestà, devo specificare che, comunque, dormii per tre notti in spiaggia.

Negli anni a seguire, i nomi di quei luoghi, posti al limitare dell’altopiano che da Baunei digrada verso il mare, sono diventati i punti cardinali della mia conoscenza intima come quella di una persona di famiglia: Tenadili, Sonnùli, Mudaloru, Feilau, Neulaccoro, Orronnoro.

FARE IL SELVAGGIO

Al di là del fatto che il percorso del Selvaggio Blu è stato descritto dagli ideatori nei due tratti, da Guglia a Guglia e da Cala a Cala, il trekking può essere naturalmente percorso in diversi modi.

Molti escursionisti trovano comodo partire dall’abitato di Santa Maria Navarrese (pressi Ostello Bellavista) per poi, in circa 1.5 h di comodo sentiero che si snoda a circa 100 m slm, giungere alla Perda Longa e proseguire fino al cuile Despiggius raggiungendo, i giorni successivi, rispettivamente Porto Quao, Cala Goloritzè, Bacu Mudaloru, il cuile Ololbissi (o cala Biriola), cala Sisine. Da qui, solitamente si prosegue fino a Cala Luna: il sentiero parte in ripida salita alle spalle di una costruzione posta sul limitare settentrionale della spiaggia, transita per il cuile Sacedderano (o Girove Longu, q 530 m) e, una volta innestatisi a q 630 su una mulattiera che si dirige verso N, si prosegue all’interno della Badde Lupiru fino alla cala, dove si giunge in circa 4 h. Si prosegue poi, per cala Fuili in 2h di comodo sentierino e, finalmente,  per Calagonone in 1 h di strada provinciale.

Normalmente chi sceglie tale percorso “integrale” si appoggia alle guide di S.M.Navarrese, Baunei o Calagonone per essere accompagnati, ovvero per predisporre provviste di acqua e cibo durante il percorso. Chi vuole, può richiedere un’assistenza completa e percorrere il tragitto con uno zainetto leggero, lasciando l’incombenza di predisporre ogni aspetto della logistica alle guide. Qualcuno chiama questo modo di effettuare il percorso, massaggio blu, e qui aggiungerei un emoticon che sorride, per far capire che non c’è nulla di male nel scegliere il modo più adatto al proprio karma.

Per quanto mi riguarda, il percorso è realmente selvaggio nel tratto tra Ginnirco e Ololbizzi, e tra questo e cala Sisine, in quanto, solo lungo tale tratto, il percorso si mantiene distante dai punti di appoggio raggiungibili in automobile, ma questa è un’opinione personale.

Da molto tempo nutrivo il desiderio di ripercorrere integralmente il percorso. L’occasione è caduta all’inizio del mese di maggio del Duemilatredici. Insieme con Amina, siamo partiti dall’ovile di Idileddu mezz’ora prima del sorgere del sole, quando il chiarore dell’alba consente di muoversi, e abbiamo percorso il sentiero fino a Mudaloru, dove siamo giunti prima del buio. Il giorno prima, avevamo depositato una riserva d’acqua presso la porta d’Urele, passaggio raggiungibile in meno di 30’ da Ololbissi. Il mattino del giorno seguente, siamo quindi ripartiti comodamente verso Sisine, dove siamo giunti nel pomeriggio. Il rientro è avvenuto per il sentiero che segue nei primi 30’ la codula di Sisine, per poi diventare strada rotabile fino a Ololbissi, e da qui verso Idileddu passando per Co’e Serra.

Un’alternativa interessante, che consente di evitare il lungo rientro all’auto, consiste nel percorrere in giornata il tratto da Idileddu fino a bacu Canale, per poi rientrare verso S su mulattiera e, poi, sterrata, a Idileddu. Il giorno successivo, con parcheggio a San Pietro del Golgo, è possibile percorrere un anello che consente di legare, attraverso il bacu Goloritzé, il percorso principale fino a Mudaloru, con rientro per il bacu. Il terzo giorno, con parcheggio a Ololbissi, è agevole percorrere le ultime due tappe per la Porta d’Urele, con rientro da Sisine in circa 2h.

Il periodo ideale è valutabile, in termini di lunghezza delle giornate, temperature miti e assenza di pioggia, nella primavera inoltrata. Le difficoltà del trekking sono la lunghezza e il dislivello complessivo, la necessità di trasportare con sé acqua, cibo e attrezzature e, quindi, la pesantezza dello zaino, la marcia su terreno sempre sconnesso e quasi mai su comodi sentieri, la presenza di una vegetazione a tratti irta o “rocciosa”. Sono consigliabili sempre e comunque pantaloni lunghi e robusti.

Da non sottovalutare le difficoltà di orientamento che possono comportare consistenti dilatazioni dei tempi e i tratti di arrampicata, specie con zaini pesanti e ingombranti. Il percorso descritto segue, anche nella toponomastica,  la cartografia originale del 1989 e quella IGM alla scala 1:25.000.

La percorrenza breve non consente molte soste o deviazioni dal percorso principale, ma permette di affrontare il percorso gravati da un carico modesto. Nel nostro caso, gli zaini pesavano 12 kg, il mio, e 10 kg, quello di Amina. Avevamo lasciato complessivi 8 l di acqua presso la Porta d’Urele.

Siamo partiti con indosso il cappellino,  una maglia tecnica a maniche lunghe, i pantaloni lunghi, i calzettoni e gli scarponi.

Il contenuto del mio zaino per la variante di due giorni consisteva in: maglia a maniche corte, pile leggero (350 g), giacca a vento, calze e mutande di ricambio (l’unico lusso che mi sono concesso), sacco a pelo (650 g), materassino in neoprene ritagliato su misura (200 g), GPS tipo Garmin Dakota 20 con cartografia digitale IGM e batterie di ricambio, coltello, forchetta, lampada frontale a led, macchina fotografica compatta con una batteria al litio di ricambio, telefono cellulare, spento, il kit di primo intervento composto da salviette disinfettanti, pinzette, cerotto in rotolo, compresse di garza sterili, compresse di amuchina, telo termico monouso, fazzoletto, un tubetto di ciano acrilato, fascette in plastica, siringa in plastica da 50 ml con tubetto in gomma e 50 ml di soluzione concentrata di Amuchina per prelevare l’acqua dalle pozze, filtrarla e trattarla chimicamente,  accendino, spazzolino, 25 ml di collutorio, 25 ml di gel lavamani, 25 ml di Autan, stick per trattare le punture di insetti, un paio di bustine di un antinfiammatorio e analgesico, 42 m di corda dinamica, 3 fettucce dyneema da 80/80/120 cm e cordino kevlar, 3 moschettoni, discensore tipo secchiello (il più leggero!), casco e imbrago da arrampicata, 8 barrette energetiche da 25 g, 50 g di miele in tubetto, 100 g di frutta secca, 150 g di pasta precotta e condita per la cena,  200 g di cubetti di parmigiano, 250 g di pane, 3 litri di acqua in bottiglie in PET da 0,5 l. Dal punto di vista del fabbisogno idrico, la giornata fresca e piovosa ci ha aiutato.

Lo zaino di Amina, oltre alle dotazioni personali, conteneva matita e cartografia IGM stampata, 40 m di cordelette da 4 mm per il recupero della corda di calata (750 g), 3 rinvii da arrampicata, un paio di maglie rapide in acciaio da 7 mm,  e 3 m di cordino, anch’esso da 7 mm.

Le indicazioni fornite lungo la descrizione che si propone più avanti, consentono di percorrere tratti del percorso principale concatenandoli con percorsi rientro alternativi, indicati come VARIANTI. La cengia di Giradili, ad esempio, è un bel percorso che può essere combinato ad anello con un percorso di rientro per il bacu Orrolossi o per la scala di Oggiastros. Non si sono dati, volutamente, i tempi di percorrenza, essendo questi, molto soggettivi e, complessivamente variabili dai due ai sei giorni!

Naturalmente, chi percorrerà il Selvaggio Blu guidato da queste note, lo farà ben conscio delle difficoltà oggettive e soggettive del percorso, e delle ordinanze del Comune di Baunei, in special modo quelle che vietano il campeggio libero e impongono una tassa di ingresso nel territorio.  La divulgazione della mia descrizione non vuole essere in alcun modo un incoraggiamento agl’impreparati o agl’irresponsabili. Nè per loro, né per altri, mi assumo responsabilità di sorta! Il testo che segue è, semplicemente, la descrizione di un posto, come lo conosco.  Che ognuno sia artefice del proprio destino, auguri a tutti!

In una prossima revisione del presente documento, sarà possibile scaricare le tracce GPS, la cartografia e il profilo altimetrico del percorso. Per qualche foto, si può accedere all’album SELVAGGIO BLU IN DUE GIORNI

DA GUGLIA A GUGLIA

Al km 153 circa della SS 125 “Orientale Sarda”, poco più di 1 km prima di giungere da Tortolì a Baunei, si stacca a dx una rotabile asfaltata con indicazione “Perda Longa” che in circa 4 km di forte discesa conduce al piazzale del posto di ristoro situato ai piedi della guglia calcarea di Perda Longa. La salita alla vetta del Monumento naturale, circa 100 m più in alto, comporta passaggi di III grado e, molto probabilmente, è proibita, by law.

DA PERDA LONGA, si imbocca la larga mulattiera che si stacca dall’esterno del tornante che sovrasta il posto di ristoro (passando alla sx del casotto del gruppo elettrogeno) in direzione N. Si sale, quindi, fino a lambire la base della parete che scende da P. su Mulone. Si supera un cancelletto che impedisce il passaggio del bestiame e, come tutti gli sbarramenti analoghi che si incontreranno sul percorso, è da richiudere, si discende con qualche tornante a guadare il bacu Olcoè (tenersi a sx a un bivio caratterizzato da un masso con delle scritte e ignorare i successivi sentieri che si dipartono a sx per risalire il circo a valle del bacu Orrolossi). Guadare anche il bacu Orrolossi (q 38) e proseguire, aggirando un costone, fino a imbattersi  nel ruscello che proviene dalla risorgenza de Funtana Baùsu (q 68). Poco più avanti i segni blu portano a inerpicarsi verso la base delle pareti che culminano con la Punta Giradili, lungo la linea di massima pendenza, “per sentieri poco accennati, fatti per lo più dalle capre” dice la descrizione originale.

VARIANTE – Un’interessante deviazione ci porta invece a continuare sul sentiero di traversata che, aggirati alcuni costoni (uno, roccioso, ospita la grotticella di Isparausu), conduce direttamente al cuile Fenile, incastonato mirabilmente in alcuni ripari sottoroccia. Si effettua un tornante stretto e si ritorna , in direzione WSW, verso la base di Punta Giradili. Al di sopra del costone che precede la Funtana Baùsu, riceviamo dalla sx, il ripido sentiero blu che attraversa il nostro e prosegue in marcata salita verso il dirupato imbocco della cengia di Giradili. Lambendo, invece, il costone occidentale del crinale dove è insediato il cuile Fenile, e risalendo per tracce nella vegetazione, prima, e per estese pietraie, poi, salendo verso W le prime balze rocciose con qualche passo di arrampicata, si risale l’intero versante fino a un colle posto circa 250 m a NW della Punta Giradili. Questa è la scala denominata “as Costas” e permette di compiere un difficoltoso percorso ad anello, utilizzandola come via di discesa dopo la salita per altra via alla Punta Giradili.

In breve, giungiamo all’imbocco della cengia di Giradili. La cengia contorna in senso orario la precipite parete sottostante alla punta omonima, e si sviluppa dalla quota 250 ca alla quota 600 ca. Un primo tratto è caratterizzato dall’assenza di un sentiero vero e proprio (tracce e omini), cui segue, subito dopo un caratteristico sottopassaggio formato da due enormi massi incastrati, il tratto terminale, notevole per la presenza di una mulattiera in certi punti addirittura “appesa” alla parete. In un punto molto stretto si supera un cancelletto che immette, poco dopo, in una zona di grandi nicchie, contraddistinta dalla presenza di un affioramento calcareo diverso dal precedente. Appare profondamente fessurato su piani orizzontali e la conseguente esfoliazione è stata usata dai carbonai che costruirono la mulattiera per ricavarne “mattoni” con i quali edificare arditi piani inclinati e muri di contenimento.

VARIANTE – Poco oltre il suddetto cancelletto, seguendo verso NE un ampio colatoio in salita, si risale (quota 600 circa) una breve pietraia, si supera una recinzione trasversale che sbarra il percorso, e si prosegue in facile arrampicata su roccia a dx, aiutandosi con degli artigianali gradini in metallo. Con cautela, si sale per circa 25 m, poi si cammina verso dx e si supera uno spigolo, sempre con l’aiuto di gradini in ginepro, 15 m. Oltre, si scavalca verso dx un muretto di roccia e si accede ad un’ampia cengia sospesa. Si risale, quindi, tenendosi a sx, fino ad un’ulteriore scaletta in tronchi, da cui, con un ultimo sforzo, si raggiunge l’ultimo passaggio che supera uno spigolo con un ballatoio in ginepro molto aereo (15 m, individuarlo dal basso per raggiungerlo rapidamente). Salendo un poco, e poi traversando per un centinaio di metri, e poi ancora risalendo per via di massima pendenza, si giunge direttamente alla dorsale di Punta Giradili, a meno di 200 m a NW dell’innesto con la scala as Costas.

CUILE DESPIGGIUS – Giungiamo, infine, ai resti di un vecchio ricovero per il bestiame da cui, in ripida salita diretta, si giunge alle varie costruzioni del cuile Despiggius, intorno alla q 675 (è possibile evitare la ripida salita imboccando un sentierino che si stacca, in piano, verso sx e che giunge poco a valle del cancelletto dell’ovile Despiggius dopo aver effettuato un giro in senso orario rotto da alcuni tornanti e da un simpatico passaggio su una trave di ginepro a mò di ponte). Da notare, poco a valle dell’ ovile e alla nostra dx, un’aerea scala di ginepro che sale obliquamente lungo una parete verticale di 15 m.

VARIANTE – L’ovile Despiggius è raggiungibile in 3 km, lungo la rotabile che si stacca a dx, in corrispondenza di uno stretto tornante, 1 km oltre il punto più alto della rotabile asfaltata che giunge da Baunei al Golgo; indicazione su cartello: Ginnirco. La strada è univoca, eccetto che in corrispondenza di un ampio spiazzo con un vascone, subito dopo il quale, bisogna svoltare a dx verso S, e poi costeggiare il canale del Bacu Orrolossi, per poi abbandonarlo, in salita, fino a raggiungere l’ovile a meno di 1 km di distanza. Il fondo del Bacu Orrolossi è percorribile, e tramite una scala di ginepro è possibile discendere sul fondo della seconda parte del canale e, per tracce di sentiero, mantenendosi alti rispetto al fondo del canale, rientrare verso Perda Longa.

Si abbandonano le pertinenze dell’ovile e si imbocca, in direzione NO una rotabile che, dopo un cancelletto, confluisce sulla rotabile Planu Supramonte- Ginnirco- Irbidozzili. Si svolta qui a dx e si prosegue per ca 300 m, sin quando, cioè, in corrispondenza di una curva a sx si imbocca un sentierino. Questo traversa in falso-piano un primo ramo alto di bacu ‘e Seneghe. Alcuni tornantini permettono di superare un costone per poi ridiscendere in un secondo ramo del bacu. Se ne risale il percorso e, subito al di là di un altro costoncino, ci si imbatte nei ruderi di un ovile. Oltre, si svolta a sx.

VARIANTE – A dx si percorre una digressione per la Punta Giradili, che porterebbe in traversata a 150 m a sud della quota 773, ad affacciarsi dalle falesie verso Forrola, e poi, seguendone per qualche centinaio di metri il filo, e proseguendo con decisione verso N per circa 400 m, a riallacciarsi al percorso principale 300 m a sud dell’ovile di Idileddu.

Ecco una radura, che si attraversa e, con percorso incerto tra la bassa vegetazione, eccoci anche sulla modesta sella di quota 741, 750 m a SE di P. Ginnirco. Si scende ora nella coduletta che orla il versante sud-orientale della Punta e se ne segue il tracciato fino a oltrepassare due confluenze. 20 m a valle della seconda, risaliamo il versante sx e raggiungiamo il bordo dell’alta falesia meridionale, dove questa incombe sul basso corso della coduletta. Ne si segue il filo in direzione NE, superando alcuni costoni rocciosi. L’ultimo di questi ci apre la visuale verso la valle sospesa dove è insediato il Cuile sa Enna es Orgiola. Se ne intravvede, infatti, la costruzione in muratura (q 660 ca) in prossimità della sella tra la P.Ginnirco e il caratteristico Runcu sa Coggina, sormontato da un pilastrino. Si scende verso la baracca e la si raggiunge.

VARIANTE – Da qui, in direzione E, una mulattiera conduce in 15’ al cuile su Idileddu e, quindi, alla rotabile da Planu Supramonte.

Ci si dirige verso NE, in direzione del M.Santo. Si supera un cancelletto a q.670 ca. Le tracce, su campi solcati scoperti, si infilano tra la cima del suddetto Monte Santo (q 707) e la q 705 ca (100 m più a SE). Subito dopo la modesta sella, si superano in discesa un maestoso leccio e resti di opere murarie. Alcune decine di m in pietraia, all’attacco del ripido “bacu de Sisiera”,  e si è in corrispondenza di una recinzione trasversale da superare. Si prosegue su tracce, per pietraia, mantenendosi in prossimità dell’”impluvio”fino alla q 525. Qui, in corrispondenza di una stretta rocciosa, si trovano i resti del cuile Sisiera. Si traversa verso dx , raggiungendo un caratteristico nicchione e, poi, il margine della falesia che incombe su Loppodine e sul mare. La via è quella del margine delle alte pareti, da seguire fino a raggiungere l’ultimo di tre spuntoni, riconoscibili sin da quando ci si è affacciati sul bacu Sisiera, quotati 288 m. Ora un sentierino traversa il bacu da parte a parte e raggiunge (è consigliata la discesa fino al salto da cui la valle sospesa si getta …in mare) il piede delle pareti che ne sovrastano il versante settentrionale. Lo si segue in salita finché non si raggiunge un punto dove esse sono facilmente risalibili, poco al di sotto della q 300 m slm.

Giunti alla sommità ci si dirige verso NE, traversando il pendio e poi seguendo il filo della falesia, affacciandosi infine sul bacu seguente. Una carbonaia, sul fondo, ci indica dove proseguire. Superiamo un secondo vallone, fittamente colonizzato da corbezzoli passando per una “galleria” sotto la vegetazione. Si traversa ancora verso il mare e, con percorso lineare, ci si affaccia sul Bacu Tenadili.

VARIANTE – Risalendo il margine meridionale del bacu Tenadili in direzione SW fino a quota 333, si guadagna il cuile Turuddu, e da qui, per un sentierino che si mantiene a S della cresta che chiude il bacu Tenadili stesso per quasi tutta la sua lunghezza, si risale a Monte Santu.

Ci si muove verso monte, e si individua subito un canale in discesa verso il fondo del Bacu. Si mantiene la dx idrografica e si scende evitando alcuni salti dello stesso canale. Più in basso, in corrispondenza di una “piazzola” si attraversa il canalino e ci si porta in sponda sx (sul fondo del canalino c’è una grotticella). Sotto di noi c’è il bacu Tenadili. Il salto che ci separa dal fondo del bacu è superato attraversando il canalino, e valicando una barriera in legno che conduce immediatamente a una “scaletta” in ginepro (15m II gr.), appoggiata a un albero. La si discende fino a una cengetta che si risale (direz. W) per pochi m. Dove è più comodo si scende sul fondo del bacu Tenadili. Se ne risale, quindi, il versante sx fino al piede delle pareti (grotticelle-riparo) che seguiamo verso NE fino a un ampio anfiteatro sospeso che si contorna in senso orario fino a giungere in prossimità di un pilastrino di roccia. Qui si risale. La via che preferisco prevede di spostarsi dietro il pilastro e risalire in arrampicata, aiutati da un alberello, un facile canalino (10m, III gr.) fino a dei travi di ginepro che traversano la parete (traverso in arrampicata, 5 m, II gr., vi piantai alcuni spit e posizionai una corda, ora è protetto con cavo d’acciaio).  Si prosegue verso E, e si guadagna, per un facile sperone, la sommità delle pareti.

VARIANTE – Il fondo del Bacu Tenadili si può risalire fino circa a quota 400 m slm. Oltre, un salto di circa 40 m chiude la via. Si può uscire dal Bacu per pietraie e facili passaggi su roccia, risalendo per circa 300 m di dislivello verso S e uscendo verso il Monte Santu. Dopo l’uscita di Bacu Tenadili sul sentiero Selvaggio Blu, è possibile rientrare verso il cuile Idileddu risalendo in direzione W il crinale che separa il bacu con l’adiacente bacu su Erine e, giunti in prossimità della q 528, proseguire in direzione SW fino a raggiungere il Porcile Mulluri (q 680) e, in traversata, il Cuile Giassadorgias (q 658). Attraversare il canale del tratto sospeso del bacu su Idile e raggiungere il C.le sa Enna es Orgiola e Idileddu.

Si prosegue mantenendosi prossimi al margine delle falesie fino a circa la quota 130. Qui si può prendere, per tracce, a sx e passare per l’ovile di Monte Santo, posto circa 150 m a SE della quota 81, (pozze con acqua), oppure scegliere di percorrere il percorso base (“perforando come talpe una feroce vegetazione”, dicevano gli apritori), seguire il filo delle falesie per poi riallacciarsi al primo percorso 50 m a nord dell’ovile, percorrere il fondo di un canalino e raggiungere, con qualche tornante, il fondo del canale Acque s’Arcu ‘e sa Enna che, in 50 m, conduce a Porto Pedrosu (ottimo punto bivacco, con tavolo e focolare, a 50 m di distanza dal mare). Svoltando invece a sx, si risale per pochi metri e si svolta a dx per poi risalire il versante sx del canale. Da qui si traversa e, in breve, passando 100 m a E del Cuile Manasu, ci si affaccia verso Porto Quao, dove si scende con qualche tornante.

VARIANTE – Da porto Quao, si può agevolmente risalire tutto il Bacu Maore, fino alla testata finale, che si risale a stretti tornantini sul lato N, abbandonando il fondo valle a q 400 ca, passando per un ovile e raggiungendo la rotabile di Ginnirco-Irbidozzili in località Pissu ‘e Serra a 620 m ca (raggiungibile in auto). Trecento metri a monte dell’insenatura, si distacca verso N una traccia che risale una ripida pietraia, mantenendosi a sx delle pareti rocciose che limitano una conca. Al termine della salita, sotto le rocce che sottendono la quota 149 (e raggiungibili dall’alto con deviazione dal sentiero citato più avanti che risale verso Iltiera), si trovano i resti dell’insediamento pastorale di Pretthos de Rutta, e una serie di grotticelle unite da un sentierino un tempo attrezzato con passaggi in ginepro, l’ultima delle quali, verso Nord, sa rutta de su Stiddiu, presenta alcuni punti di raccolta dell’acqua.

PORTO QUAO - Si risale il Bacu Maore per un centinaio di m dall’insenatura di Porto Quao e si imbocca un sentierino che ci porta verso dx, sino alla vicina sommità del crinale.

VARIANTE – Il sentiero che, allontanandosi in cresta, si dirige verso W, risale fino alla località Pissu’e Serra, passando per il Cuile Iltiera, posto in prossimità del colle di quota 311.

Ci si dirige verso N. Si supera un primo bacu e, poi, un secondo (a monte di Portu Iltiera). Qui, sul fondo del bacu, appena giunti a una carbonaia, si risale verso dx e, in leggera salita, mantenendosi paralleli alla costa, si termina l’attraversamento del Girove ‘e Cambules. Siamo sul bordo precipite del Bacu  Sonnuli. Spostandosi verso la costa, si possono apprezzare notevoli prospettive verticali sul mare sottostante. Si risale tale bordo per pochissimo, finché si indovina magicamente un sentierino che vince la  parete e, in lunga discesa, da ultimo con un passaggetto su tronchi di ginepro, giunge sul fondo del bacu proprio dove esso nasce da una confluenza, a circa 800  m dal mare.

VARIANTE – Dal bordo del Bacu ‘e Sonnùli, si può facilmente risalire in diretta per crinale fino al cuile Iltiera di q 311, e poi, a Pissu’e Serra.

Si risale per poche decine di metri il fondovalle, siamo a q 170 ca, e se ne risale subito il versante sx. Ci portiamo così alla sommità della parete sx del bacu Sonnuli dove, presso il pianoro di q 220 circa, troviamo l’ovile Fenos Trainos dove, un tempo, si trovava un bidone verde colmo d’acqua. Traversiamo verso N sino alla selletta sottostante alla punta di quota 230. Proseguiamo traversando in discesa verso W fino a raggiungere il fondo di un bacu, ne risaliamo il versante sx in senso orario e ci dirigiamo, mantenendo le alte falesie precipiti sul Mediterraneo alla nostra dx verso la Serra d’Argius. Qui si cammina sul bordo di tali falesie e, nascosta per buona parte da un costone, ci appare la guglia di Goloritzè. Subito dopo evitiamo di attraversare una valle sospesa e ne risaliamo il margine dx abbandonando la direzione parallela alla costa per puntare, con percorso di cresta verso la Serra Salinas. La raggiungiamo in prossimità della quota 490 dove è situato il bell’ovile Polighittu. Proseguendo in cresta verso N per 350 m, si scende da un colle verso W, su pietraia, ripidamente verso il fondo del Bacu Canale. Interessante la digressione dal colle per la panoramica Punta Salinas.

VARIANTE – Dal fondo del Bacu Canale, risalendo per mulattiera, e poi, per carrareccia e infine rotabile, si giunge in circa 1,30’ alla località Irbidozzili, raggiunta dalla stessa rotabile per Ginnirco.

Scendendo verso valle, si giunge in breve sul fondo del Bacu Goloritzè, che si percorre tutto fino al mare. Poco prima di scendere in spiaggia, un riparo sotto roccia offre accoglienza agli escursionisti. C’è poco da aggiungere sulla cala, sull’arco di roccia che si allunga sul mare, e sulla sovrastante “Aguglia” di punta Caroddi, il famoso monolito che si eleva per 143 m al di sopra del mare, la cui via normale è gradata come la più difficile via di arrampicata d’Italia.

DA CALA A CALA

La seconda parte del percorso è più impegnativa della prima, e presenta alcuni tratti di arrampicata e discese in corda doppia di lunghezza fino a 40 m.

DA CALA GOLORITZE’ si abbandona la cala e se ne risale il bacu fino a circa quota 100 m slm. Si svolta a dx e si risale il fondo sconnesso di una forra laterale, verso NO, su massi e detriti di recenti frane. Si giunge in breve, passando alla destra di un grande albero di fico, ai piedi di un salto roccioso della forra, la “Boladina”, che si sale in arrampicata, aiutandosi nei primi metri strapiombanti per mezzo di alcuni tronchi. (IV+, 20 m, vi piantai gli spit e posi 3 spit almeno 15 anni fa, sosta su alberello. Oggi, anno 2014, pare che uno di quegli spit non sia più disponibile). Esso dà adito a un breve quanto scosceso canalino ghiaioso (fare molta attenzione alle scariche di detriti che frequentemente raggiungono la base della Boladina) che si risale fino a una seconda paretina (IV, 5 m, ci si aiuta con un tronco di ginepro). Imbocchiamo così il tratto sospeso della Boladina che, grazie a una mulattiera sconnessa che si muove tra i resti di vecchie carbonaie, ci permette di risalirne il corso. Ignoriamo la grande confluenza da sx di q 390 ca e, giunti alla biforcazione di q 419, svoltiamo a sx, raggiungiamo una vasta carbonaia. Da qui ci portiamo sul costone di dx e raggiungiamo il promontorio che si allunga dalla Serra ‘e Lattone fino alla sella di quota 460 circa, posta tra il costone di Piredda e la Serra, raggiungendo la sommità qualche centinaio di metri a monte della sella stessa.

VARIANTE – La sella di quota 460 è raggiungibile, in circa 2 km, dalla rotabile Golgo-Sisine, svoltando a dx verso N prima del bivio per Nuragheddu, su rotabile che sale fino alla zona di Pedralba (q 430 ca) e traversando per tracce verso E. Si tratta del noto sentiero per Cala Mariolu.

Pieghiamo decisamente verso NE e raggiungiamo in breve un ovile posto in prossimità della cresta della Serra ‘e Lattone (q 530 ca, un tempo il bidone era colmo d’acqua). Da qui, oltrepassando in piano verso sx i pinneti, si intraprende un lungo percorso di cresta.

VARIANTE – Seguendo i segni rossi che, superando la cresta, traversano lungamente verso N a quota 550 circa per circa 500 m, si scende per un percorso complesso, costituito da passaggi obbligati su brevi scale di ginepro, tornantini e, attraverso il bosco, alle cale Mariolu e dei Gabbiani. Con un percorso privo di difficoltà tecniche, sarebbe anche possibile, percorrendo il bosco di Ispuligidenie verso N, e tenendosi poco più in alto della grande frana che ha il suo apice a q 220 ca, traversare fino al termine del bosco di Ispuligidenie, lungo su Ledere, un sentiero stretto che traversa le nicchie di distacco di frane di conglomerati poste immediatamente sopra la Cala Mariolu, e sotto ampi grottoni, scavalcare il gradino roccioso che introduce verso su Piggiu de su Pentrosu. Da qui, proseguendo verso N, e poi salendo sotto alte pareti, ci si ricollega al percorso principale, a valle dello sbarramento pastorale oltre menzionato che segna l’inizio della discesa verso la calata che, poco dopo, conduce a Mudaloru, a q. 180 circa.

Il percorso ci porta a superare la Punta ‘e Lattone (588), a discendere il versante a mare per pochi metri e a riconquistare il filo della cresta. Vediamo davanti a noi la q 445, estrema propaggine del crinale fino a ora seguito, ottimo punto panoramico e, tra noi ed essa, una serie di spuntoni digradanti fino a una sella. La raggiungiamo in diretta e seguiamo l’itinerario in discesa sul versante W che ha inizio con uno stretto tornante in direz. S, seguito da un secondo in direz. N. Da qui le tracce diventano confuse, in discesa o in traverso su pietraia. Non conviene scendere troppo. E’ comunque facile ritrovare il nostro percorso alla base dell’alta parete posta sotto la q 445 (eventualmente è possibile proseguire, dopo la coppia di tornanti, tenendosi strettamente addossati alle sovrastanti pareti). Una facile arrampicata in discesa ci porta alla sella di q 360 ca., da cui si accede al versante a mare. Un roccione la divide a metà. Qui, un cordino su albero porterebbe a calarsi per una quindicina di metri nella pietraia sottostante. Non ci si deve far trarre in inganno. Si aggira il roccione in senso orario e ci si porta al vero e proprio “passo” che dà adito al versante orientale. Superato uno sbarramento di tronchi di ginepro, come al solito messo in opera dai pastori per impedire che il bestiame si disperda, si discende una ripida pietraia, mantenendosi a sx, fino a che si imbocca una cengia, sempre verso sx. Si supera uno sbarramento messo in opera dai pastori per impedire che il bestiame pascoli oltre tale punto e , in circa 300 m, si giunge a una seconda ripidissima discesa nel bosco. Essa è molto scoscesa e, dove diviene oltremodo insicura, è possibile aiutarsi passando una corda doppia alla base di un albero con fettuccia. Uscendo, invece, a q.180 ca. verso S, si raggiunge la variante di su Piggiu ‘e su Pentrosu, e Cala Mariolu. Dopo un saltino di due metri arrampicabile in discesa, si esce traversando verso dx, dove si nota un passaggio presso un riparo sotto-roccia. Si prosegue in discesa per circa 30 m (cautela) fino ad affacciarsi su una cengia strapiombante sul mare. Qui è posto un ancoraggio doppio con numerosi cordini, che permette di calarsi su una cengia inferiore (20 m). E’ consigliabile raggiungere l’armo facendosi sicura su un qualche alberello sovrastante e meno esposto. Da questa si prosegue immediatamente verso sx, sotto grandi e numerose nicchie (tenersi sempre alla base delle rocce) fonte di grande stillicidio in stagioni piovose (secchio pieno in una di queste), si aggira il capo N della punta Mudaloru su una cengetta a mezzaluna che lo contorna in senso antiorario e per un’evidente pietraia si discende in breve a una carbonaia che è posta sul fondo del bacu Mudaloru (si può raggiungere il mare, facilmente, con pochi passaggi su rocce).

VARIANTE – Il Bacu Mudaloru può essere risalito interamente. Presenta un salto naturale a quota 200 m circa, risalibile con l’aiuto di una scala di tronchi di ginepro alquanto mal ridotta. Proseguendo in direzione S, dove il Bacu svolta verso SE, prima di giungere a q 400 m slm, si può uscire in direzione SW e raggiungere, in breve la sterrata che in zona Pedralba, q 430 ca., discende alla carrozzabile del Golgo in circa 20’.

DA BACU MUDALORU, ovvero dalla carbonaia dove avevamo atteso che la descrizione dell’itinerario proseguisse, ci si muove per pochi metri in traversata sul versante sx del bacu Mudaloru, verso il mare. Aggirato un roccione, ci si trova ai piedi di una pietraia. Sopra di noi incombe il pilastro orientale di Bruncu ‘e s’Abba. Dalla nostra posizione, esso appare come un enorme guglia, fornendoci l’illusoria sensazione che possa essere aggirato in senso orario. Risaliamo per alcune centinaia di m la ripida pietraia e la abbandoniamo a q 200 m ca, svoltando a dx, in corrispondenza di un passaggio, proprio ai piedi del pilastro. Si prosegue in un alternarsi di salite e traversi in direzione N e NO, si supera un caratteristico passaggio tra rocce con facilità e si continua a traversare, accompagnati dai segni, parallelamente alle pareti che incombono su di noi dall’alto. Il punto dove confluisce l’accesso da Ololbizzi non è facilmente individuabile. Ai piedi di una stretta spaccatura in cima alle pareti (quella attraverso cui si accede al versante a mare da Ololbizzi), visibile perfino da Serra ‘e Lattone, le pareti stesse si “riavvicinano” al nostro percorso e appare, alla nostra sx, una bassa cengia (3/4 m sopra il sentiero che, anche se non ce ne siamo accorti, ora corre in prossimità del bordo di una cengia inferiore). Il ripido pendio che abbiamo alla nostra sx, segnato da tracce, ci conduce, in 50 m, al piede della caratteristica scala per Ololbizzi.

VARIANTE – Da Ololbizzi si prende un buon sentierino che, in pochi minuti, giunge, con direzione NE, in cima al Bruncu d’Urele. Da qui si scende per facili rocce sul versante opposto del rilievo e si traversa verso S per qualche centinaio di m fino a quando si scorge, poco più in basso, un’evidente spaccatura tra un pilastro e il versante roccioso. La si raggiunge, e la si attraversa con facilità, grazie al lavoro di adattamento compiuto dai pastori della zona (Porta di Urele). Siamo alla base delle alte pareti che proteggono la sommità del Bruncu s’Abba e del Bruncu d’Urele.

Si traversa passando da una cengia ad un altra tramite un caratteristico ponte costituito da un tronco orizzontale. Ci muoviamo verso N per poche decine di m, fino a quando saliamo fino al piede delle pareti che incombono sopra di noi. Si prosegue verso N superando l’ingresso di un’ampia grotta fossile e, tenendo sempre le pareti alla nostra sx, si prosegue ai piedi di un alto pilastro che si aggira in senso antiorario e che, nel punto più prossimo al mare, ci offre una fantastica visione “verticale” dell’azzurro Golfo di Orosei. Poco oltre si giunge all’ingresso di un’ampia grotta all’interno della quale è possibile raccogliere acqua di stillicidio (la “cueva”) e ad un balconcino dal quale ci si cala per circa 15 m (cordino su albero) nel bosco sottostante. Si continua fino ad aggirare in senso orario un muro circolare (3 m) scavato da caratteristici “nicchioni” che conduce ad un punto apparentemente senza uscita: ci si deve arrampicare sulla sx, sopra una breve (10m, II) parete di roccia che si rivela, poi, per una sottile lama che interrompe la grande cengia sulla quale stiamo da tempo camminando. Raggiunto il dorso della lama è opportuno continuare, con prudenza, ad arrampicare sulla sx, guardando a monte. In pochi metri di traversata la lama diviene “pedonabile”. La si risale fino al suo termine, si scende per lisce rocce a dx e si discende ulteriormente la pietraia che caratterizza questo lato della lama fino al punto dal quale ci eravamo precedentemente affacciati. Alternativamente, da un ginepro al di sopra della lama, è possibile attrezzare una doppia di circa 12 m fino alla base del salto. Qui si traversa decisamente verso sx e si riprende il sentiero che, non senza qualche incertezza, e dopo un ulteriore passaggio su un tronco di ginepro per aggiustare il collegamento tra cenge di diversa quota, si giunge ad  un foro nella roccia che, oltrepassando una altrimenti inaccessibile cresta rocciosa, dà adito verso Bacu Padente, ora proprio sotto di noi.

VARIANTE. Poche decine di metri prima di raggiungere il foro nella roccia che dà adito al Bacu Padente, si riceve da sx la seconda delle due calate che provengono da sa Rutta de su Tentorgiu. Volgendosi invece verso il mare, e scendendo per tracce, ci si affaccia sulla falesia e, dove si sovrasta esattamente l’imbarcadero della sottostante grotta turistica del Fico, il luogo è riparato da una rete metallica, ci si potrebbe calare direttamente nel vuoto da un ginepro, per circa 35 m. Ovviamente tale operazione è fortemente sconsigliata nel caso di presenza di persone nella sottostante biglietteria. Il rientro “terrestre” è possibile con mare non molto agitato, procedendo alcuni metri sopra il livello dell’acqua verso N lungo la scogliera, indi risalendo lungo uno spigolo per cinque metri in arrampicata (due chiodi), e in traverso per altri dieci metri (è presente in loco una vecchia e logora corda fissa). Si giunge ad un grottone. Risalendo, si entra in una cavità che trafora il promontorio da capo a capo. Si perviene ad un secondo grottone (al quale si giunge direttamente affrontando l’ultima calata da 30 m di Bacu Padente). Proseguendo al margine superiore su cengia, si affronta un passaggetto spiacevole con cavo in acciaio e tronco di ginepro e si scende per roccette alla caletta nota come su Feilau. Da qui, per tracce in ripida salita su un costone ghiaioso, e poi su sentiero verso SW, sempre in salita, si giunge a una parete rocciosa che si supera in facile arrampicata (II, III, 20 m) aiutandosi con qualche aggiustamento in rami di ginepro e, comunque, in scarsa esposizione. Superata la cresta rocciosa che separa Feilau da Padente, si continua a salire ripidamente, ricevendo il sentiero originario Selvaggio Blu da sx.

Da qui si prosegue traversando sulla parete rocciosa verso sx (20 m, II poi III), fino a raggiungere un ginepro abbarbicato alla parete dal quale ci si cala (5 m) o, per i più abili, si discende sfruttando il lungo tronco  confezionato a mò di scala fino al fondo del bacu. Si risale per qualche centinaio di m fino ad incontrare una ripida pietraia sulla dx, dove conducono i segni e dove si svolta fino a raggiungere, con un percorso ripido, il corso alto di un mulattiera che permette di raggiungere la parte superiore del bacu, a monte di difficoltà rocciose, e da, qui, la sella di q 285 e lo spiazzo presso il Cuile Ololbizzi.

VARIANTE – Si percorre la carrozzabile che dalla piana del Golgo conduce al Cuile Ololbizzi. In prossimità del valico posto poco prima del Cuile, si posteggia l’auto (q 260 ca).

CUILE OLOLBIZZI – Si prosegue per circa 100 m sulla stessa carrozzabile e, quindi, si svolta a dx su un sentiero ben marcato. Lo si percorre per circa 60 m e si devia a sx per immettersi su un sentiero che risale la costa. Con alcune coppie di tornantini si prende quota, si tralascia una deviazione che prosegue in piano per poi discendere verso Bacu Padente,  e si giunge ad aggirare, traversando in piano, il costone che sovrasta Bacu Padente (q 325 ca). 50 m dopo si abbandona il sentiero che risale la serra Ovara, per un sentierino, inizialmente in discesa (scendere obliquando verso dx) che poi traversa lungamente (mulattiera) attraversando 6 bacu e raggiunge il Cuile Mancosu (q 325 ca, 30’).

VARIANTE – La mulattiera che risale la serra Ovara, a quota 532 lascia a sx la traccia che conduce al fondo della codula di Sisine e, a quota 599, la traccia che, attraverso un cancelletto in legno, in ripida discesa su pietraia conduce al bosco di Biriola, costituendo una via di fuga dal SB. Proseguendo verso Punta Plumare, è possibile, dopo averla superata verso N, raggiungere un primo terrazzo roccioso, da cui attrezzare due doppie da 25/30 m su armi speditivi (percorso visitato alla fine degli anni ’90) e, dirigendosi verso W attraverso il bosco,  raggiungere avventurosamente la codula di Sisine.

Per proseguire sul Selvaggio Blu, dal Cuile si ritorna sui propri passi per circa 50 m (segnalazione blu di bivio sul terreno), si scende a sx fino ad incontrare un modesto salto (si disarrampica sulla dx) e, seguendo la direzione dell’impluvio, si giunge a Sa Nurca, uno stretto passaggio che permette di aggirare un pilastro. Superato anche questo, si continua a sx su una cengia, si oltrepassa un modesto  sbarramento di tronchi e, immediatamente dopo, ci si affaccia, ai piedi di un vistoso dente, sul salto che conduce verso Biriola (20 m, cordini su albero). Si risale, quindi, il pendio finché, dopo brevissimo tempo, si giunge al termine della cengia. Tre spit con catena permettono di calarsi sul sottostante pendio (37 m). Si discende ora per pietraia fino a una carbonaia che si affaccia sulla vasta depressione che conduce a Cala Biriola, la si sorpassa tenendosi a sx e, sempre in discesa, al di sotto della quota 100, si raggiunge un ampio sentiero che percorre interamente il bosco sospeso di Biriola.

VARIANTE – Dalla carbonaia, è possibile dirigersi verso E, al margine settentrionale di un ampio colatoio sabbioso che precipita verso il mare. Appena si supera in discesa la parete rocciosa che incombe da S e si intravvede un passaggio (q 80 circa) che attraversa in piano il colatoio, attraversare su una traccia labile ma sicura il colatoio stesso e giungere al bosco sovrastante la cala Biriola. La via normale di accesso a Biriola è costituita da un sentiero che si origina in corrispondenza del secondo compluvio che si incontra lungo il percorso che proviene da Ololbizzi, una volta aver aggirato il promontorio che si prolunga verso bacu Feilau ed essersi diretti verso N. Si discende nel compluvio, tenendo la dx, vicino alla cresta rocciosa che ne limita il lato meridionale. Si attraversa tale cresta e si prosegue in discesa, aiutandosi con un cavo d’acciaio e un ballatoio in rami di ginepro. Si raggiunge il piede della parete in facile arrampicata e si scende, contornando una parete rocciosa, fino ad affacciarsi verso il bosco sospeso di Biriola. Una seconda scala metallica consente di raggiungere il piano inferiore. La cala si raggiunge traversando lungamente il bosco, al piede delle pareti rocciose, indi voltando direttamente verso E al traverso del ponte di Neulaccoro e scendendo fino al mare lungo la linea di massima pendenza.

Si traversa lungamente (per oltre 1200 m) e si supera una cresta rocciosa grazie a un curioso passaggio che la mulattiera effettua. Si prosegue traversando per circa mezzo km, si supera un secondo costone roccioso con una facile arrampicata e si giunge al passaggio sotto le rocce di Su Strumpu dove la mulattiera supera un pilastro letteralmente appesa nel vuoto. Subito dopo una “S” la stessa mulattiera percorre il versante di Orronnoro, sotto alti strapiombi. Ora la vegetazione si fa aggressiva. Su tracce di sentiero giungiamo, dopo un altro mezzo km abbondante e dopo il superamento (poco a monte della direttrice di marcia) di una semplice crestina in arrampicata, al termine della cengia, sotto alte pareti. Risaliamo un diedro verticale (IV+, 10m, protetto da 3 placcette, sosta alla sommità sul tronco di un gineprino) e, senza soluzione di continuità, effettuiamo un traverso verso dx fino a un ampio ballatoio (friabile, IV, 10 m, protetto da alcuni cordini su clessidra, sosta all’interno del ballatoio su clessidra). Contorniamo in senso orario il ballatoio e risaliamo in arrampicata a sx  (IV, 10 m, protetto da due placchette, sosta su un qualche alberello soprastante). In realtà, questi tratti di arrampicata sono tutti agevolati dalla presenza (2013) di catene che consentono di risalire con molta meno fatica. Siamo appena entrati nella Costa di Sisine. Superando una rigogliosa quanto inopportuna vegetazione, proseguiamo fino al termine dell’ennesima cengia. Una catena consente di calarci per circa 30 m nel bosco di Sisine. Traversando alla base delle pareti che scendono dalla punta Plumare si giunge ad un anfiteatro roccioso. Tenendo come riferimento due speroni che si elevano più in basso del nostro percorso. Da qui si prospettano due possibilità.

Traversando, mantenendosi alquanto più alti degli speroni, si raggiunge uno sperone panoramico. Seguendo il margine della parete sottostante verso ovest si giunge all’estremità di una cengia che si affaccia con un salto da 25 m su un ovile ubicato in ripari sottoroccia (armo su tre placchette). Dall’ovile, scendendo immediatamente verso N si guadagna, attraverso il bosco, la cala Sisine.

VARIANTE – E’ possibile evitare quest’ultima calata risalendo alla sommità dell’anfiteatro roccioso e, da qui, con panoramica visione sulla cala Sisine, discendendo con qualche problema lungo una mulattiera fino alla spiaggia. Oppure, è possibile puntare verso gli speroni rocciosi individuati prima e, in prossimità di questi, scendere un colatoio franoso che porta alla base di uno dei due speroni, passare attraverso un foro nella roccia, sbucare sul versante opposto e continuare in discesa fino a guadagnare una stretta cengetta che, con un passaggio esposto sul mare, su passo malu, e una risalita, conduce direttamente a valle della calata da 25 m.

Revisione 2 del giugno 2013. Nel caso di errori, omissioni o aggiornamenti, sei invitato a contattarmi privatamente, grazie!

Sandro Demelas

~ di Sandro on 27 Maggio 2013.

2 Risposte to “115 SELVAGGIO BLU”

  1. Bastardo. Quando torniamo assieme? Stanotte me lo leggo…
    Ma tu, vuoi fa’ l’amerikano?

  2. Mi hai trasmesso un’ emozione incommensurabile (che di questi tempi è cosa rara).
    Sardegna terra madre !!!!
    Grazie di cuore !!!!! Se ho la fortuna di avere un po di tempo, il prossimo anno ti faccio sapere se vado e se a te interessa si può ripetere il percorso insieme .
    Inviami la tua mail. Grazie ancora. ( albeleuz@gmail.com )