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113 MONT BLANC

TRAVERSATA DEL MASSICCIO DEL MONTE BIANCO DA DES COSMIQUES A TETE ROUSSE

22 – 26 LUGLIO 2012

PRIMO GIORNO – DA CAGLIARI (2 m slm) A CHAMONIX (1035 m)

Sono sveglio. Il tempo inizia a srotolarsi dalla bobina, come se si trattasse del nastro di celluloide al cinema. Ho dormito bene e la giornata inizia lenta. Sgrano il solito rosario di gesti primitivi in attesa della partenza. La Panda gialla di Amina si ferma sotto casa alle 07.35. Durante i giorni precedenti la partenza, Amina ed io abbiamo adottato un metodo rigoroso nel confezionamento dei bagagli.  Le strette procedure d’imbarco della compagnia low-cost con cui viaggiamo impongono limiti severi ai pesi e alle dimensioni dei bagagli. Perciò, abbiamo pesato separatamente ogni singolo oggetto trasportato. Il bagaglio a mano di ciascuno di noi pesa dieci chilogrammi esatti, mentre il borsone imbarcato in stiva, che contiene l’attrezzatura tecnica, scarponi e piccozze, quindici chili, precisi. In tutto, trasportiamo 35 chilogrammi di bagaglio.

Col Maudit dal Mont Blanc

Durante il volo per Bergamo, e nei giorni successivi, non smetterò di osservare gli indizi meteorologici del cielo, le nuvole, il vento, almanaccando sempre e comunque bel tempo da Nord. Giunti a Orio al Serio, noleggiamo una piccola Nissan. Il percorso stradale è lungo circa 350 chilometri. Il portale all’imbocco del tunnel del Monte Bianco ci accoglie dopo circa 3,5 ore di viaggio. All’uscita del tunnel, come al risveglio dal sonno, o forse come quando nel sonno cadiamo, ci attende la realtà, o forse il sogno: siamo a Chamonix, e da qui ha inizio la nostra avventura.

Il Vert Hotel è una tipica costruzione alpina di legno e tegole di ardesia. Dista circa dieci minuti dal centro della città. Il bar al piano terra promette musica funk dal vivo per questa sera. La finestra della nostra camera si apre verso sud. So che lui è lì. Ho già cercato di intuirne la sagoma lungo la strada, ma senza chiamarlo per nome. Poi esco sul balcone, ed eccolo, senza possibilità di errore, quasi quattromila metri più in alto. Chiamo Amina e glielo indico con il dito: ecco il Bianco.

La calotta glaciale del Monte Bianco è ornata da un diadema di nubi filamentose che si modificano in continuazione per via del forte vento in quota.  Ancora la meteorologia, e ancora sento una sensazione lenta, un plesso caldo che si dilata all’altezza della bocca dello stomaco. Indico in silenzio il monte ad Amina e lei risponde invece con un sorriso, entusiasta, come se fosse naturale, come se si trattasse di uscire dalla porta, svoltare dietro l’angolo, e arrivare lassù. Sono contento che Amina sia qui.

Abbiamo studiato insieme il programma dell’ascensione con molta attenzione. Abbiamo valutato ogni dettaglio, le tappe e i modi dell’acclimatamento, l’allenamento, la dieta, l’attrezzatura, l’abbigliamento, l’equipaggiamento di riserva e di emergenza, i punti di appoggio e le vie di fuga, in modo da poter fare fronte a un ampia gamma di eventualità. Non stiamo semplicemente partendo per tentare di completare un percorso qualunque. Se ci fermeremo, sarà per il giusto rispetto della meteorologia. Null’altro può distoglierci dall’obbiettivo di salire sul Monte Bianco.

La salita sarà lenta, in modo da favorire l’acclimatamento. Oggi pernotteremo a Chamonix. Domani saliremo in quota con la teleferica dell’Aiguille du Midi, per poi ridiscendere e dormire al Plan de l’Aiguille. Il giorno dopo, saliremo direttamente al rifugio des Cosmiques e trascorreremo una giornata di completo relax in attesa di partire per l’ascesa finale, lungo la via nota come “dei Tre Mont Blanc”. Partiremo per la vetta nelle prime ore del giorno seguente e cammineremo sui ghiacciai per circa 1500 m di dislivello in salita. Raggiungeremo la cima del Mont Blanc in 8/10 ore. La via di discesa dovrebbe essere quella che passa per il rifugio Gouter, ovvero la via normale francese, che chiuderebbe il percorso di traversata del Massiccio. Si tratterebbe anche della soluzione più massacrante, in termini di dislivello in discesa: circa tremila metri di dislivello. Per la notte successiva alla salita, non abbiamo però prenotato il posto-letto, né al Gouter, né in alcun altro rifugio. Valuteremo, una volta giunti in vetta, il da farsi, in base alla nostra condizione fisica, e al meteo. Le scelte sono, in ordine di facilità: il rientro all’Aiguille du Midi sul medesimo percorso dell’andata, la discesa, per les Grand Mullet, al Plan del l’Aiguille (2500 m di dislivello in discesa), la discesa a Bellevue per il Gouter.

Trascorriamo il pomeriggio a Chamonix, e integriamo la nostra attrezzatura con ciò che ancora ci manca. Compriamo gli occhiali da ghiacciaio, grado di protezione quattro, noleggiamo i ramponi e facciamo scorta di sali minerali e alimenti glucidici in barrette e in gel. E’ d’obbligo una visita al monumento che ricorda Paccard e il sardo Balmat nella loro prima ascensione al Monte Bianco del 1786, e con essa, la nascita dell’Alpinismo. Stuzzichiamo l’appetito guardando le splendide vetrine di Chamonix che espongono ogni desiderio alpinistico e dolciario.

Desta qualche perplessità il fatto che, noti i prezzi correnti sul mercato domestico della nostra bella Città del Sole, i prezzi del materiale alpinistico, come anche quelli della ristorazione, sembrino qui, nel centro del turismo montano dell’Alta Savoia, addirittura a buon mercato. C’è un’eccezione: l’acqua costa più della birra. Ci sediamo in un bar del centro. I sandwich costano quattro euro. Una bottiglia d’acqua da un litro, 5,35 euro. Nei rifugi, i giorni seguenti, la spesa maggiore sarà rappresentata dall’acquisto dell’acqua. Non avrei mai pensato di usare la carta di credito per comprare le tre bottiglie di acqua giornaliere: 5 euro cadauna. Le bombole del gas per il mio fornellino che pesa cento grammi, costano invece pochissimo. Ma il fornellino non fa parte della nostra attrezzatura. Mi limiterò, perciò, a guardare con una certa invidia i tanti che vedrò sciogliere con nonchalance, e tanta pazienza, la neve con il loro fornellino per farne buona, fresca ed economica acqua da bere.

La nostra dieta è costituita da carboidrati e verdure in quantità, poche proteine e pochi grassi. Alla ricerca di un ristorante dove cenare, tra i tanti locali francesi che non soddisfano i nostri desideri, ci imbattiamo nell’Annapurna Restaurant. Il nome è propizio, e il cibo, indiano: riso speziato con verdure e carne, ottimo e abbondante. Su una parete del locale, è appesa una fotografia dell’Annapurna, l’Ottomila nepalese, la montagna la cui ascensione è considerata tra le più pericolose del pianeta. Ma questo, ad Amina, non lo dico. Non le dico nemmeno qual è la montagna europea dove avvengono di gran lunga più incidenti mortali al mondo: ogni anno, circa cento; e dove è maggiore il tasso di fallimento delle ascensioni: un alpinista su tre desiste prima di arrivare in cima. Non glielo dico, ma sappiamo entrambi che la nostra ascensione richiede molta concentrazione e prudenza. Il proprietario indiano del ristorante si infervora quando gli chiediamo il significato originario del nome di quel monte, che è anche il nome del ristorante. Ogni montagna, in Nepal, ha il nome di un dio, dice. Annapurna è la dea dell’Abbondanza.

Rientriamo in albergo e il bar al piano terra è animato ancora dal concerto di musica funk. I ragazzi ballano e bevono birra. Ci concediamo una birra, al banco. Non è granché. Saliamo in camera, ricontrolliamo gli zaini, e collochiamo ciò che non porteremo con noi sulla montagna in un borsone, che rimarrà nel baule dell’auto, parcheggiata davanti all’albergo. La musica cessa alle ventitré e, pochi istanti dopo, stiamo già dormendo.

Nella tradizione giudaica e musulmana, i nomi di Dio sono numerosissimi, a testimoniare l’incapacità umana di esprimere la totalità del Dio con un solo nome. Dio, Javhé, Al-Ghaniyy (Colui che abbonda di ogni cosa); Annapurna.

SECONDO GIORNO – DA CHAMONIX (1035 m) A L’AIGUILLE DU MIDI (3800 m) E AL PLAN DE L’AIGUILLE (2203 m)

Dopo la colazione, eccoci alla stazione della teleferica che collega Chamonix con il Plan de l’Aiguille (2317 m), prima, e poi con l’Aiguille du Midi (3842 m). La teleferica attraversa da Nord a Sud il Massiccio del Monte Bianco e prosegue verso l’Italia, verso il rifugio Torino e La Palud, a Courmayer. “L’Ottava meraviglia del mondo” fu costruita negli anni Cinquanta, senza l’uso dell’elicottero, superando i dislivelli e le distanze con soluzioni arditissime, tra cui il cosiddetto “pilone sospeso”, un artificio introdotto per ovviare all’impossibilità di dare fondazioni stabili ai piloni della teleferica nel lungo percorso di cinque chilometri sopra i ghiacciai. Dopo una lunga attesa, verso le 10.35 si parte.

Alla velocità di dodici metri al secondo, e dopo il cambio di cabina al Plan de l’Aiguille, in venti minuti giungiamo all’Aiguille du Midi. La temperatura dell’aria è di zero gradi centigradi. Noi indossiamo i nostri indumenti pesanti. Non altrettanto fanno i numerosi turisti che salgono all’Aiguille in sandali e maglietta, nonostante le indicazioni esposte a Chamonix presso la stazione di partenza.

All’uscita della cabina, un solerte guardiano consegna ai turisti un biglietto con sopra indicato l’orario tassativo di imbarco per il viaggio di rientro. No, per voi alpinisti, dice, non c’è bisogno di prenotare il viaggio di rientro. Presentatevi all’imbarco prima dell’ultimo viaggio delle 18.35, e un posto lo troviamo di sicuro. Ora che siamo alpinisti in pectore, attraversiamo a fronte alta e a passo spedito il tunnel scavato nella roccia che segue la stazione di arrivo, e poi sostiamo alcuni istanti su un vertiginoso ponte sospeso. Rientriamo all’interno della roccia e giungiamo, con percorso sotterraneo, all’ultimo tratto del tunnel nel ghiaccio, e al terrazzino terminale aperto verso il ghiacciaio. Un cancelletto con la chiusura a molla impedisce ai turisti di proseguire. Solo gli alpinisti possono proseguire.

La vestizione è lunga. Indossiamo i ramponi e le ghette impermeabili, sistemiamo l’attrezzatura e ci leghiamo in cordata. Ancora un minuto, dobbiamo proteggere la pelle con la crema solare, grado di protezione cinquanta, e siamo pronti. Poi, accompagnati dagli scatti fotografici dei turisti, molti dei quali sono giapponesi, ci avviamo lungo la sottile cresta di neve che ci porterà al Col du Midi. Sono le 11.35. Il primo impatto con la tecnica di progressione su ghiaccio è positivo, malgrado la cresta che percorriamo in discesa sia molto ripida ed esposta. Camminiamo facendo affondare i tacchi. Sia a destra, sia a sinistra del nostro senso di marcia, si estendono pendii ghiacciati inclinati ben oltre i 50°. L’impressione generale è che, semplicemente inciampando sui propri ramponi, si corra il rischio di scivolare giù, direttamente su qualche tetto di Chamonix. Naturalmente, siamo legati e procediamo di conserva. Amina in discesa mi precede. Sono pronto a rimediare a una sua eventuale scivolata, mantenendo tesa la corda tra di noi. Nell’improbabile caso che ciò non sia sufficiente, se lei scivolasse a lato, per bloccare la sua discesa, mi dovrei spostare, o gettare, dalla parte opposta della cresta. Annoto mentalmente che non ho ancora realizzato i nodi di arresto lungo la corda che ci unisce. Rimedierò non appena raggiungeremo un tratto meno esposto.

Il nostro programma prevede una breve escursione attraverso il Col du Midi, allo scopo di trascorrere qualche ora in quota e di impratichirci nella progressione con i ramponi (che nessuno di noi due ha finora mai usato), della piccozza, e delle tecniche di sicura e di progressione di conserva. Scendiamo fino alla quota di 3500 m. Poi, risaliamo verso Ovest in direzione del Rifugio des Cosmiques, che lasciamo alla nostra destra, e saliamo il primo tratto del versante del Tacul, fino alla quota di 3600 m. Il respiro si fa già corto. È un segno del tentativo dell’organismo umano all’adattamento all’altitudine.

Proseguiamo ora in discesa, contornando in senso orario il Col du Midi. Al riparo di muri di neve, qui sono piantate le tende di chi campeggia sul ghiacciaio e sceglie di pernottare al Col du Midì utilizzando il campo come base per le proprie escursioni. Poi, risaliamo verso l’Aiguille du Midi e totalizziamo uno scarsissimo dislivello in salita di circa quattrocento metri, sufficienti a farci sudare e sbuffare come locomotive. Attraversiamo alcuni crepacci, e siamo di nuovo sulla cresta affilatissima, in prossimità dell’Aiguille du Midi. Rientriamo, accompagnati da un vento gelido, verso le 17.35, attraverso il cancelletto da cui siamo transitati il mattino, dopo le nostre prime sei ore di ghiacciaio.

Al riparo delle vetrate dell’Aiguille, seduto nel panoramico ristorante della stazione, mi sento un po’ come un astronauta sulla stazione spaziale, dopo una giornata di attività extra-veicolare. Decidiamo che ci meritiamo una cioccolata calda, e anche un dolcetto. Restiamo seduti per un po’, godendo del calore e di quello stesso silenzio che poi, anche dopo il rientro a casa, mi accompagnerà per molti giorni ancora.

Poi, ridiscendiamo al Plan de l’Aiguille con la teleferica e, in dieci minuti di facile camminata, raggiungiamo il Rifugio (2203 m), dove pernotteremo. Camminiamo tra la bassa macchia e i fiori di montagna, ciclamini, rododendri e genziane. Una marmotta attraversa il sentiero di corsa. Il rifugio è molto grazioso e, con grande fortuna, scegliamo di dormire in una stanza con quattro letti, due dei quali resteranno vuoti durante la notte. Bene, il sonno non sarà disturbato dalla presenza di altri escursionisti. Il menù dei rifugi non è molto vario, ma è saporito, e abbondante. Mangiamo la minestra di verdure, con pane e formaggio, carne di agnello con contorno di tagliatelle, un dolce, il tutto accompagnato da acqua fresca in quantità, elemento fondamentale del nostro programma d’idratazione e acclimatamento.

Durante questi ultimi giorni, sono teso e sento crescente la concentrazione e la determinazione a raggiungere quell’obiettivo che inseguo da molti anni. La carta del Massiccio del Monte Bianco che porto con me, porta ancora stampato sopra il suo prezzo originale: quindicimila lire, a ricordare un’epoca passata, in cui le cose valevano di più, non fosse altro che per la scarsità dei mezzi allora a mia disposizione, un’epoca precedente alla Rete, alla fotografia digitale, alla telefonia cellulare. Conosco a memoria le immagini dell’ascesa, i luoghi, e i racconti letti sulle riviste di montagna, prima, e in Rete, poi. Realizzare un sogno è come effettuare un rendez-vous con la propria storia. Es muss sein.

Ci sarà un momento, nei prossimi giorni, in cui ciò che ora è un’immagine indistinta, si trasformerà magicamente in un ricordo indelebile. Ecco, mi pare di vedere l’ascesa del Monte Bianco come una cerniera tra il futuro e il passato. Ho quarant’anni e, nonostante ciò che la vita mi ha riservato finora, nonostante “l’Affrica”, e tutto il resto, sento che questa esperienza determinerà in me la riscoperta di nuove prospettive.

Il rifugio è dotato di docce e acqua calda. Dormiamo profondamente, dopo aver fatto una doccia calda, come non ci capiterà più fino al rientro a casa.

TERZO GIORNO – DA PLAN DE L’AIGUILLE (2203 m) AL RIFUGIO DES COSMIQUES (3613 m)

Mi alzo e, mentre preparo l’attrezzatura fuori dal rifugio, assisto al rifornimento dei viveri per mezzo di un elicottero. Sale da valle rapidissimo, con un sacco di nylon di dimensioni pari a circa un metro cubo appeso con un cavo venti metri più in basso del gancio baricentrico e, giunto in prossimità del terrazzino del rifugio, appoggia il materiale al suolo con delicatezza. Contemporaneamente, un uomo a terra, svincola il carico e aggancia un secondo sacco, evidentemente pieno di rifiuti. Ricevuto il gesto di via libera, il pilota si getta letteralmente a valle,in una picchiata ripidissima e, in poche decine di secondi raggiunge il fondo della valle. Ancora qualche secondo, ed eccolo di nuovo; sale con un secondo sacco. L’operazione di rifornimento dura in tutto, meno di quattro minuti, diciamo 3,5 minuti.

Dopo la colazione, raggiungiamo la stazione della funivia, e risaliamo all’Aiguille. Visitiamo il museo dell’alpinismo (a dire il vero, molto povero), e siamo di nuovo pronti per la nostra seconda uscita su ghiacciaio. Poco prima di affrontare la discesa per la solita ripidissima crestina nevosa, ecco che si rompe la montatura dei miei occhiali. Fortunatamente ho con me un tubetto di ciano-acrilato, e l’inconveniente è risolto in pochi secondi. Discendiamo la cresta con un passo un po’ più sicuro rispetto a quello del giorno prima e, giunti al Col du Midi, ci dirigiamo tranquilli verso il vicino rifugio des Cosmiques (3613 m). Sono quasi le 13.00. Ora attenderemo con tranquillità e in assoluto riposo il momento della partenza verso la vetta, stabilito per le ore 01.35 della prossima notte, circa.

La notte trascorsa alla quota inferiore è stata utilissima per l’acclimatamento. Infatti, siamo al rifugio dopo una ripida sgambata che superiamo senza alcun affaticamento. Mi sento bene. Il ritmo respiratorio è profondo e regolare. L’aria sottile stuzzica l’appetito. Mangiamo pane e miele, albicocche e mandorle secche, marmellata, una mela. Dalla terrazza del rifugio, il Bianco si mostra proprio davanti a noi, insieme con la prima parte del percorso di ascesa, fino alla spalla del Tacul. Vediamo anche la via des Grand Mullet, un’alternativa alla discesa per Gouter. Sotto di noi si distende il bellissimo ghiacciaio des Bossons, tormentato da seracchi caotici e crepacci profondissimi, colorato di verde e blu. Parla la stessa lingua ipnotica di una colata vulcanica, e restiamo a osservarlo, nella sua discesa ibernata verso valle, per ore. Trascorriamo parte del pomeriggio seduti in terrazza, crogiolandoci al calore del sole e abbronzandoci un poco sotto le nostre creme di protezione.

Ceniamo con l’immancabile minestra di verdure idratante, il formaggio, il tanto riso, la poca carne, il dolce. La nostra camera ospita sedici alpinisti. Facciamo amicizia con un gruppo d’italiani, una cordata condotta da una guida di Briancon, e una coppia del Lago Maggiore, occupata nel collezionare, uno dopo l’altro, tutti i quattromila delle Alpi. Questi sono in tutto in numero di ottantadue, e la coppia del Lago Maggiore ne ha conquistati trentatré, almeno per ora. Domani sarà la volta, per loro, della conquista del Tacul e del Maudit, e arriveranno così al traguardo di  35 Quattromila. Buona fortuna!

Intanto, la guida di Briancon mi sconsiglia la discesa per les Grand Mullet in quanto, quest’anno, nessuno sembra aver aperto la traccia e, specie in questa stagione avanzata, il ghiacciaio des Bossons è un caos di seracchi e crepacci molto ostico anche per chi è pratico dei luoghi.

Dopo un controllo dell’attrezzatura, andiamo a dormire nei nostri sacchi lenzuolo. Suggerisco ad Amina di impostare la sveglia per le 0.53 e lei, probabilmente convinta che dietro questa numerologia del tre e del cinque ci sia un senso, obbedisce quieta. E’ stanca. Dopo poco, nel buio, sento il suo respiro farsi lieve e rapido. Dorme, nonostante l’altitudine. Io devo fare ancora i conti con la pianificazione della giornata che ci attende, esploro ancora tutte le variabili, cercando di dare una risposta sensata a tutte le domande che affiorano come fantasmi in questa notte di attesa. E se nevicasse? E se la neve cancellasse le tracce? Come dovrò affrontare la ripida salita su ghiaccio del muro dell’Arc del Mont Maudit?

Passano le ore e il sonno non mi raggiunge. Nemmeno con i tappi piantati bene in fondo alle orecchie riesco a prendere sonno, in mezzo al concerto di russatori professionisti che mi circondano. E’ ormai mezzanotte passata. Tra mezz’ora ci alzeremo dal letto. Sono vigile, teso, molto teso. Un tempo avevo cercato di imparare qualche tecnica di training autogeno. Ecco, mi rilasso, sento il peso dei piedi, poi quello delle gambe e poi quello della schiena appoggiarsi sul materasso. Allontano i pensieri rumorosi fuori dalla mia percezione. Intuisco che il cuore rallenta e il respiro si fa profondo. Ricostruisco un paesaggio amico, la cima del Monte Arcosu, il sole caldo e il cielo terso, senza una bava di vento, come l’ultima volta che vi siamo saliti insieme con Amina, con le farfalle rosse e gialle intorno, e il terreno morbido e profumato di timo dove sdraiarsi a faccia in su, coprendo gli occhi con il braccio, e quell’assopirsi quieti, come se il sole, nella sua parabola diurna, si fosse fermato per un lungo istante all’apice, prima di muoversi ancora verso il pomeriggio e darci una scossa per dirci: è ora di andare.

QUARTO GIORNO – TRAVERSATA DAL RIFUGIO DES COSMIQUES (3613 m) AL MONT BLANC (4810 m), AL RIFUGIO TETE ROUSSE (3100 m)

Amina è precisa. Si è occupata dell’organizzazione del viaggio, di prenotare i rifugi e delle stime dei costi. La tabella di marcia è costituita da un lungo foglio elettronico che include tutte le informazioni sui luoghi e sugli orari, da quelle necessarie, a quelle semplicemente utili, a quelle amabilmente inutili. Geograficamente, il nostro Project Management copre un’area che si estende dall’Alta Savoia fino alla Sardegna, passando per la Lombardia, il Piemonte e la Val d’Aosta. Amina ha segnato, in una colonna del file del foglio elettronico, anche la posizione degli autovelox fissi dislocati lungo il percorso di avvicinamento in automobile. È la madre di tutti i crono programmi, e l’orario della partenza dal rifugio, l’1.35, era già stato stabilito cabalisticamente da mesi. La sveglia del telefono e quella del suo orologio digitale suonano a distanza di pochi secondi una dall’altra. Ci alziamo e, alla luce delle lampade frontali, ci vestiamo rapidamente. L’unico bagno del rifugio è ancora pressoché deserto, finché, alle 00.55, suonano almeno cinquanta sveglie contemporaneamente.

La colazione dell’una del mattino è già pronta sui tavoli del refettorio. Un cartello all’ingresso del rifugio, ammonisce: “Colazione servita alle 01.00, alle 03.00, alle 05.00 e alle 07.00, precise. Prima dell’ora, non è ancora ora. Dopo l’ora, non è più ora.” La tensione aleggia su tutti gli alpinisti seduti a colazione. C’è chi indossa già l’imbrago e scalpita per partire, c’è chi completa velocissimo la colazione e fugge in bagno, c’è chi si trattiene, incalzato dalla guida impaziente, a sorseggiare il latte caldo fino all’ultima goccia.

Paghiamo con un piccolo ritardo la nostra mancanza di esperienza alpina. Tra la regolazione dei ramponi, operazione non banale a meno cinque gradi sotto zero, i guanti di Amina che non si trovano (ne abbiamo portato con noi due paia a testa), la formazione della cordata, ci ritroviamo fuori dal rifugio, sotto le luci alogene esterne, alle due e dieci, trentacinque minuti dopo l’orario che avevamo stabilito per la partenza. Taro l’altimetro aneroide: ci troviamo a 3610 m sul livello del mare, circa. Siamo gli ultimi del gruppo. Le luci dei primi sono già lontane nella notte e risalgono già a zig-zag il ripido versante del Tacul. Prima di partire, ci scattiamo una foto a vicenda. Le riguardo ora, e noto che si può dire che in quel momento eravamo rilassati e sorridenti. C’è questo fatto da dire, sulle foto: la temperatura e il vento non si avvertono più, quando le si riguarda, a casa. Nella foto non sono rappresentati né i seracchi incombenti, né la labile traccia che si perde nella neve ghiacciata. Certo, il ricordo di quello che mi passava per la testa in quel momento resta, in qualche modo, appiccicato alla fotografia. Ma questo, tu che guardi la foto, non lo puoi vedere.

Il primo tratto è in discesa, verso il Col du Midi. Le alogene del rifugio proiettano le nostre ombre su una balza nevosa di fronte a noi e, per alcuni minuti, ci pare di camminare assieme ad altri alpinisti. Poi, le alogene si spengono, e proseguiamo da soli a seguire la traccia nel buio.

Il nostro abbigliamento consiste, di pantaloni in schoeller e calzamaglia in pile, maglia in polipropilene, pile pesante e giacca. Abbiamo entrambi un tubolare in pile che protegge il collo, e un cappuccio, anch’esso in pile, oltre al cappuccio antivento della giacca, e al casco. Calziamo guanti e calze da sci. Io indosso scarponi rigidi. Amina calza le pedule Salewa, con due paia di calze da sci. Durante le pause, soffrirà un po’ il freddo ai piedi e alle mani. Sul casco è montata la lampada frontale.

Trasporto due litri e mezzo d’acqua, distribuiti tra una borraccia coibentata a bocca larga (l’acqua può esservi reintegrata facilmente a ogni sorsata con una manciata di neve), un thermos e una bottiglia in PET. Alla fine della giornata, all’arrivo al Gouter, avrò bevuto tutta la mia acqua, condita da amari sali minerali al sapore di finta arancia. Ci idrateremo e nutriremo ogni ora e mezzo circa, con sali minerali, gel glucidici, barrette energetiche e mini-snack, il tutto contenuto nelle tasche della giacca. Nello zaino ho riposto il GPS con la cartografia e la traccia del percorso e delle vie alternative. In tasca, a parte il coltello Edelrid e il burro-cacao, ho un vecchio altimetro meccanico, la bussola da orienteering e le fotocopie della cartografia IGN. La macchina fotografica è a portata di mano. All’interno del casco ho il telo termico e un fischietto. Siamo legati in cordata con una corda da 50 m, e procediamo di conserva alla distanza di circa 2/3 m o anche 8/10 m, a seconda della natura del terreno. Utilizziamo il cordino da ghiacciaio. L’attrezzatura tecnica personale, oltre ai ramponi, alla piccozza, a due bacchette con rotelle e all’imbrago, consta di tre moschettoni tipo HMS, un discensore a otto, una carrucola autobloccante tipo Petzl Micro Traxion, fettucce da 120 e da 60 cm, e cordini. Ho con me due viti da ghiaccio.

Il cielo è coperto. La temperatura non è così bassa come mi aspettavo. Le ultime previsioni meteo, che seguiamo puntualmente ogni giorno da settimane, descrivono una nottata con cielo coperto e una mattinata serena. Durante la serata è previsto qualche rannuvolamento. Lo zero termico, durante il giorno, salirà fino ai 4000 metri. I venti in quota saranno deboli o assenti. Il bollettino di ieri accenna a una possibile perturbazione ciclonica di origine africana che potrebbe investire nella giornata di domani il massiccio. In tal caso, la temperatura salirebbe, penso. E ci sarebbe, oltre al rischio di distacco di seracchi o slavine, anche un rischio di tempesta di neve o temporali, secondo la mia scarsa conoscenza della meteorologia. Ma, di questo, nel bollettino non se ne parla se non come di un’eventualità remota.

Con questi pensieri, attacchiamo la salita verso la spalla del Tacul. Dopo un lungo tratto, recuperiamo il contatto con una cordata di tre, guidata da Max, la guida di Briancon. La neve ghiacciata scricchiola sotto i nostri ramponi. Superare i tre che ci precedono, non ha molto senso. Procediamo dietro di loro, in fila indiana, su una pendenza che, a tratti, cresce fino a quaranta gradi. Dove i bastoncini diventano inutili per via della pendenza della traccia, utilizziamo la piccozza, riposta per comodità “a spallaccio”. Attraversiamo alcuni gruppi di crepacci e intuisco che ci troviamo sotto una seraccata. Aumentiamo il passo. In circa due ore dalla partenza, e dopo aver attraversato il crepaccio terminale senza problemi, siamo alla spalla del Tacul (4150 m). Facciamo una breve pausa per bere e sgranocchiare qualche alimento. Intanto, già dalla metà circa della salita, marciamo avvolti da una fitta nebbia.

Durante la sosta, spuntano dal nulla due alpinisti che, ritornando sui loro passi, ci superano verso la direzione opposta a quella del nostro percorso, e mormorano in inglese: sembra che questa non sia la strada giusta per la cima. Davanti a noi, la cordata di Max è sparita nella nebbia. La mia mappa mentale del Monte Bianco contempla che, dopo il superamento della spalla del Tacul, si debba contornare in leggera discesa i versanti del Mont  Maudit in senso orario, fino al Col Maudit (4035). La nostra direzione sembra giusta. Sorella bussola e fratello altimetro confermano. Non vedo perché non dovrei fidarmi di ciò che so. Un gesto di saluto ai due alpinisti che vanno nella direzione opposta, e siamo di nuovo in marcia.

Siamo sopra quota quattromila, il vento è teso e la temperatura è scesa rapidamente; di quanto, non so. Non supera i dieci, forse i quindici gradi sotto zero. Camminiamo per un po’ nel buio. Individuo alcuni crepacci disposti longitudinalmente rispetto al nostro verso di marcia e risalgo un po’ lungo il pendio, mantenendo una rispettosa distanza da quelli. Il nostro respiro non avverte ancora la salita in quota. Perfetto, penso. Marciamo di conserva e un oggetto posato alla sinistra della traccia cattura l’attenzione della mia lampada frontale. Mi fermo. Sento Amina chiedersi, stupita: un uccellino? Eccolo, infatti, tremante e arruffato nelle sue piume, un passerotto posato sul ghiaccio che riposa a quattromiladuecento metri di quota. Disturbato dalla luce della frontale, forse pure lui si chiede: che ci fanno questi due, qui?

Verso le cinque del mattino, una luce bluastra che si diffonde tutt’intorno, annuncia che l’alba è vicina. Intanto abbiamo riagganciato il gruppetto dei tre. Già da un po’, c’è qualcuno che ci segue da lontano, forse qualcuno che si era fermato per strada e che non avevamo notato. In lontananza si sentono grida. Incrociamo gruppi di alpinisti che tornano indietro. Quattro o cinque cordate girano i tacchi e rinunciano, davanti alla salita del muro del Col del Mont Maudit (4354 m). Preferiscono rientrare verso il Cosmiques. Sembra che la fama del Mont Maudit, il Monte maledetto, anche oggi si nutrirà del racconto e della suggestione di molti alpinisti.

Con le prime luci dell’alba, la nebbia lascia filtrare l’immagine di un gruppo di alpinisti appeso alla parete davanti a noi. Quello che vedo, conferma le informazioni di cui ero in possesso. Il muro del Col del Mont Maudit è una parete d’inclinazione pari a cinquantacinque-sessanta gradi. Lo sviluppo complessivo della parete è di sessanta metri. Un primo tratto di circa trenta metri, è ripido e presenta ghiaccio vivo. Un passaggio su roccette di una decina di metri porta al secondo tratto, di neve ghiacciata, un po’ meno inclinato e, poi, al colle, da cui si scollina immediatamente. La salita è armata con corde fisse di età, condizione e ancoraggio incerti. Dopo una breve risalita a zig-zag sul pendio sottostante, alle sei del mattino Amina ed io ci troviamo alla base del muro.

La via è occupata da almeno cinque cordate. Una corda fissa arriva dall’alto e termina in prossimità della cengia sulla quale ci troviamo ora. In realtà la cengia non è altro che un margine del crepaccio terminale del ghiacciaio sottostante. Il pendio prosegue ripidamente verso il basso, e la nebbia non lascia intuire per quanto. Scivolare lungo la salita del muro, significherebbe andare a scoprire cosa c’è là sotto. A cinque metri da me, più in alto, è in sosta Esteban, una guida spagnola che sta cercando di tirare su il proprio cliente. C’è anche, ad un metro da lui, un Dominique francofono che assicura dal basso il compagno che risale lungo una corda fissa tesa un po’ oltre.

Una cordata di quattro occupa una corda fissa che risale direttamente fino alle roccette trenta metri più in alto. Altri fanno sicura dall’alto ai propri clienti, i quali risalgono utilizzando altre corde che qua e là spuntano dal ghiaccio. Il passaggio non sembra particolarmente difficile. Il contorno, però, desta inquietudine. Ghiaccio e verticalità descrivono un paesaggio dove tutto, prima o poi, sembra attratto senza possibilità di appiglio, verso il basso. Non so come interpretare la scena che si svolge sopra di noi. Molti alpinisti sono aggrappati contemporaneamente a corde logore ghiacciate.  Si sente la concitazione degli avambracci contratti e dei ramponi che incidono la superficie verde del ghiaccio vivo lasciando morsi di metallo; urla, dall’alto, in tutte le lingue, mugugni, dal basso, nella lingua universale di chi, su quel muro, non si muove se non issato di peso da una mano amica.

Attendiamo il nostro turno. Amina ha freddo e anch’io inizio ad avvertire uno stato di disagio. Ci troviamo a metà di una parete di ghiaccio, il vento ci maltratta e la sensibilità di mani e piedi sarà difficilmente garantita a lungo, se resteremo qui fermi. La nebbia contribuisce a rendere la situazione più scura. A tratti, non si vede ad un palmo dal naso. Non sarebbe facile rientrare al Cosmiques da qui, e non mi piace l’idea di passare sotto i seracchi del Tacul di giorno. E poi, ancora e sempre di più, soffriamo il freddo. Dobbiamo muoverci, e in fretta. Questo è il momento in cui si decide la nostra avventura sul Bianco, penso. Non posso aspettare che le altre cordate liberino la via. Dobbiamo salire, adesso.

Io salgo e ti faccio sicura dall’alto, ok? Dico ad Amina. Quando saremo sopra, decideremo il da farsi. Se il tempo non migliorerà, magari ri-discenderemo e torneremo pure indietro, verso il Cosmiques, ma, prima, dobbiamo arrivare lì sopra e aspettare, vedere come si mette la giornata. Lei mi guarda e, coraggiosissima, fa un cenno con la testa che vuol dire, sì, andiamo. Non so se Amina sia in grado di farmi sicura dal basso, con le mani congelate. Nel dubbio, salgo qualche metro da solo, lasciando perdere le corde fisse e l’umanità che vi è appesa. Salgo in punta di ramponi e piccozza. Le conseguenze di una scivolata sarebbero molto incerte. Mi muovo con cautela e cerco di mantenere sempre tre punti di contatto con il ghiaccio, utilizzando le punte dei ramponi, la piccozza e, a tratti, la corda fissa.

Mi aiuto a braccia sulle corde fisse alle quali sono appese le altre cordate che supero sulla sinistra in pochi istanti. Poi, in corrispondenza di un gruppo di altri alpinisti appesi, cambio corda, spostandomi lateralmente di cinque o sei metri; quindi, raggiungo la prima sosta. Qui siamo in tre. Gli altri due si danno da fare per fare sicura o recuperare dall’alto i propri clienti. Prolungo uno dei tanti cordini di sosta abbarbicati attorno alle rocce, e avvolgo una mia fettuccia di dyneema intorno a uno spuntone. Sorry, mate! dico ad uno delle guide, e mi appendo, senza aspettare un suo cenno, tra lui e la roccia, un metro al di sotto del suo punto di ancoraggio. Lui non fa una grinza; è già molto occupato a badare alla sua gente, di sotto.

In poco tempo Amina risale dietro di me, supera le altre cordate e si porta più in alto di me, alla sommità delle roccette. Arrampica veloce, sembra un’alpinista esperta. Non esita un momento e sale con i capelli incrostati di ghiaccio, e un largo sorriso stampato in faccia. Smonto la mia sosta. Le due guide, intanto, proseguono il loro lavoro e mi rivolgono un saluto e un piacevole gesto di approvazione per la nostra progressione. Raggiungo Amina poco più in alto e proseguo rapidamente verso la cima, su neve ghiacciata. Poi, a spalla, le faccio sicura. Dopo poco, siamo entrambi fuori dal muro maledetto! Sono le nove del mattino: abbiamo perso più di due ore qui sotto aspettando che si liberasse la via. Il sole ci riscalda velocemente. Ora la temperatura è molto confortevole. Non c’è più traccia di nebbia. Da qui, vediamo lontanissima l’Aiguille du Midi, il Cosmiques e gran parte del Massiccio.

L’immagine che appare di fronte a noi guardando in direzione opposta è, invece, di quelle che hanno il potere di imprimersi per sempre nella memoria. Ecco l’immagine che desideravo vedere più di ogni altra, quella stessa immagine che, ogni volta che ripeterò a un amico il racconto di questi giorni, si ammanterà della luce soprannaturale del mito: stupefacente e grandiosa, ecco la calotta abbagliante del Monte Bianco che si staglia sul cielo terso e incredibilmente azzurro, a due passi da noi. Anche attraverso il potente filtro degli occhiali, la luminosità della scena è assoluta, la nitidezza, sconcertante. Il giorno inizia caldo e luminoso e spazza via i fantasmi della notte fredda e incerta. La temperatura del morale sale rapidamente.

Facciamo una lunga pausa e ci rifocilliamo. Scendiamo al Col de la Brenva (4303 m) e affrontiamo la salita finale. Nelle ore successive, passo dopo passo, ci tireremo su verso la cima del Monte Bianco. Impiegheremo altre due ore e mezzo, per risalire gli ultimi cinquecento metri di dislivello. Ci teniamo distanti dalle cornici di ghiaccio che orlano i tratti in cresta, e dalle lastre prodotte da vento. L’altitudine è notevole, e l’effetto della rarefazione dell’aria sulla nostra prestazione, diventa evidente. Il respiro si accorcia e diventa rapido. Le gambe diventano pesanti. Ricordo che avevo promesso a Nicola: anche se dovessi camminare a quattro zampe, ti garantisco che salirò sul Bianco!

Superiamo le Rochers Rouges (4506 m) contornandole in senso antiorario. Gli ultimi cento metri sono pesantissimi. Amina si lamenta. Imposto un’andatura che prevede una breve pausa per tirare il fiato ogni qualche decina di passi. Ogni convessità del pendio sembra nascondere la cima vera e propria, che non raggiungiamo mai.

Quando, a pochi metri da me, vedo due alpinisti di spalle, in posa con le braccia al cielo, capisco che ci siamo. Amina, ci siamo, rantolo, e non so se il groppo che mi si chiude in gola sia un effetto dell’altitudine o dell’emozione. La aspetto e insieme raggiungiamo la vetta. Ci abbracciamo per un minuto. Abbiamo lasciato Cagliari tre giorni fa. Poi, abbiamo imparato a usare i ramponi e la piccozza. È accaduto soltanto un giorno fa. Camminiamo ormai da dieci ore, e la traccia che abbiamo percorso si è snodata attraverso una notte fredda e cieca. Abbiamo superato il muro del Monte maledetto. Non siamo alpinisti, ma siamo saliti da soli sul Monte Bianco. Sembra che queste cose siano accadute in una vita precedente. Accidenti, ce l’abbiamo proprio fatta.

Scattiamo le foto celebrative e ci rifocilliamo. Andiamo un po’ oltre il punto dove ci siamo inizialmente fermati. Dov’è esattamente  la cima? Un tratto di circa cento metri di lunghezza è pressoché pianeggiante. Ma no, ecco, il punto più elevato è qui. Piantiamo la piccozza nella neve. Sono le 12.00 del 25 luglio 2012 e siamo in cima al Monte Bianco. L’altimetro segna, incredibilmente, 4810 metri. Tutto è perfetto. Ci guardiamo intorno e, inutile dirlo, tutto il resto del paesaggio è ben al di sotto dell’orizzonte. Il panorama è amplissimo, su tutte le Alpi occidentali e le pianure italiane e francesi. Prima di salire, se lo chiedono tutti: la risposta è no, il mare non si vede. Ma questo lo sapevamo già.

Non sento se non un’insolita fluidità dell’aria. Respiro profondamente. Direi che, sebbene l’aria sia sottile e il respiro avido, l’aria attraversi la gola più facilmente qui che non al livello del mare. Non avverto sintomi di mal di testa o nausea. L’altimetro è ancora appoggiato sulla neve quando, con un passo maldestro, ci appoggio il piede e lo punzono con un rampone. Lo raccolgo. La cassa è sfondata e segnerà per sempre i 4810 m, poche tacche sotto il limite superiore della scala strumentale delle altitudini, i mitici Cinquemila metri. Diversamente da quanto accade al mio altimetro rotto, nelle cose umane, raggiungere l’apice delle esperienze è sempre un traguardo momentaneo. Poi inizia la discesa.

La discesa, fino al Dome de Gouter, è interamente visibile dalla cima, lungo una cresta che porta fino al bivacco Vallot (4362 m). Scendiamo veloci con un’energia riacquistata magicamente. La contropendenza che ci porta in salita al Dome de Gouter (4304 m, per inciso, questo è il secondo Quattromila che scaliamo oggi) ci lascia di nuovo senza fiato. Lo zaino ha qualcosa che non va, forse è sbilanciato, e mi fa male la schiena. Ci fermiamo qualche minuto per prendere un antidolorifico e bere, ancora. Guardando verso il Colle del Dome de Gouter, il pensiero silenzioso va a quei due sfortunati alpinisti che, una settimana fa, vi hanno perso la vita, assiderati, e a quei nove che, non più tardi di due settimane fa, sono stati travolti da un seracco sulla via per il Tacul, la stessa che abbiamo percorso stamattina.

Intanto il massiccio inizia a scurirsi per via di minacciose nubi, tra cui alcuni antipaticissimi cumulonembi, che provengono da sud. Superiamo una zona di piccoli seracchi e, più in basso, una zona di crepacci aperti. Affrettiamo l’andatura e, superato il Dome, il nuovo rifugio del Gouter appare, giù a 3817 m, nella sua veste Hi-Tech di vetro e acciaio inox. E’ ancora in costruzione e gli alpinisti utilizzano ancora la vecchia struttura, dove ci fermiamo giusto il tempo per prendere fiato, bere un sorso d’acqua e per sistemare l’attrezzatura. Max, la guida di Briancon, è qui. Non è arrivato da molto, e si congratula affettuosamente con noi per la nostra traversata. Il rifugio è al completo e, anche se non lo fosse, il tempo di discesa da qui, domattina, sarebbe troppo lungo per consentirci di prendere in orario il volo di rientro. E poi, il rifugio è veramente sporco e caotico. Decidiamo di continuare a scendere.

Da qui in poi, non troveremo più ghiaccio. Riponiamo i ramponi e la piccozza e, dopo avere provvidenzialmente trovato riparo a una breve grandinata sotto una tettoia del Gouter, affrontiamo la discesa verso il Rifugio Tete Rousse. La discesa su roccette, con tratti in facile arrampicata, presenta tratti armati con mancorrenti in acciaio e termina in prossimità del famigerato attraversamento del Couloir de Gouter, una pietraia ripida con la triste nomea di essere un passaggio pericolosissimo, tra i più pericolosi lungo il percorso di avvicinamento al Mont Blanc, da effettuare quindi di corsa e in modo da esporsi il minor tempo possibile alle scariche di pietre.

Anche ora qualche pietra rotola giù lungo il canale, qualcuna è anche di dimensioni pluri-decimetriche e rotola a valle, a balzi. Forse in altre condizioni d’innevamento, ghiaccio o acqua, o magari di notte, il passaggio è veramente temibile. Oggi, illuminato dalla luce aranciata del tramonto, con alle spalle la salita, e il freddo, e i ghiacci, non fa più paura di una qualunque pietraia supramontana, e lo attraversiamo in surplace. Un breve passaggio su un ghiacciaio relitto porta al rifugio Tete Russe (3167 m).

Anche questo rifugio è al completo. Tuttavia è tranquillo e pulito. Decidiamo di cenare e di pernottare qui. Dormiremo su un tavolo o su una panca. A cena ospitiamo al nostro tavolo un alpinista belga e uno francese. Li riconosco: li abbiamo incrociati sul Tacul e sono loro, quelli che rientravano credendo di aver sbagliato la strada. Facciamo amicizia con questi due simpatici signori. Si parla di alpinismo e di ghiacciai. Poi, un po’ per farsi perdonare per l’indicazione sbagliata fornitaci durante la salita, un po’ per solidarietà, uno di loro cede il suo posto letto ad Amina, che potrà così riposare tutta la notte sopra un materasso. Andiamo a letto tardi, verso le undici. Io dormirò su una panca fino all’una e trenta, quando, con la prima sveglia, un gruppo di letti si libererà e si renderà disponibile un materasso. Mi sento scuotere nel cuore della notte da un ragazzo che si sta sedendo per fare colazione, guardo l’orologio: è l’una e trentacinque, circa.

QUINTO GIORNO – DAL RIFUGIO TETE ROUSSE (3167 m) A BELLEVUE (1800 m) e A CHAMONIX (1035). RIENTRO A CAGLIARI

Ci svegliamo. Dopo mezz’ora siamo in marcia. Sono le 06.35. Attraversiamo a piedi il piccolo ghiacciaio di Tete Rousse. A valle notiamo il sistema che protegge con cavo di allarme e sirene l’abitato di S.Gervaise dall’eventualità della tracimazione delle acque intrappolate nelle sacche intercluse di questo particolarissimo ghiacciaio. Tale evento si è già verificato in passato e, alla fine del 1800, il collasso di una cavità colma di acqua produsse un’onda di piena che causò 180 vittime a valle. Scendiamo verso Bellevue e ci aspetta ancora un dislivello di 1200 m in discesa che, sommato ai 1800 m di ieri, porta a complessivi 3000 i metri della nostra discesa. Le gambe rispondono bene, le ginocchia non si lamentano e la schiena non duole. Non sentiamo segni di particolare affaticamento, nemmeno un indolenzimento da accumulo di acido lattico. Stiamo bene, a parte qualche ammaccatura delle punte dei piedi, più vantata che lamentata, da Amina. Lei non ne fa di certo una cosa di cui preoccuparsi. Se un’unghia dovesse scurirsi, scherza, potrà sempre usare lo smalto nero per coprirla.

La discesa fino al Nid d’Aigle (2372 m) è su un lungo e piacevole sentiero roccioso. La tratta ferroviaria da qui verso Bellevue non è stata ancora ripristinata e il trenino a cremagliera si ferma a Lachat. Proseguiamo a valle verso Bellevue. Lungo la discesa incontriamo un branco di stambecchi. Scendiamo ancora e superiamo l’imponente morena del ghiacciaio di Tete Rousse. Il ghiacciaio non c’è più, ma la morena resta a ricordarne la presenza, come un’enorme gengiva cava. Un tratto di percorso lungo il fondovalle ci conduce finalmente a una breve salita in mezzo al profumato e ombroso bosco di conifere e alla fine del nostro percorso.

Se il nostro viaggio iniziasse ora e da qui, probabilmente di questa valle e di questo bosco mi rimarrebbe un ricordo spettacolare. Ma sono stanco, e la luce dell’alba non mi consente di fare belle foto. Poi, in questi giorni appena trascorsi, ho vissuto emozioni così forti da restare quasi stranito, insensibile di fronte a nuovi e ulteriori stimoli. Attraversiamo torrenti e scendiamo vertiginosamente dentro una valle lussureggiante di verde e fiori. Poso un passo dietro l’altro e guardo l’orologio, impaziente. Capita che ci si stanchi anche di vedere nuove cose. Ci si abitua anche alla bellezza.

In breve, siamo alla stazione ferroviaria di Bellevue, alla quota di 1790 m. In pochi minuti raggiungiamo la stazione della cabinovia del Mont Blanc che ci conduce direttamente giù fino a Les Houches (1000 m). Per colazione ci meritiamo un grosso panino con formaggi, salami e salse francesi. Da qui, un bus ci porta di nuovo a Chamonix (1035 m), e al parcheggio della nostra auto. Sono le 11.00 di giovedì. Ci rinfreschiamo con le salviette umide e indossiamo camicie colorate e sandali. Dopo aver restituito l’attrezzatura presa a noleggio, partiamo, non prima di aver ricomposto i bagagli in base alla nostra tabella dei pesi. Il gate del volo per Cagliari chiude alle 15.00. Arriviamo all’aeroporto di Bergamo alle 14.35.

Una selezione fotografica è disponibile al seguente link .

~ di Sandro on 1 Agosto 2012.

4 Risposte to “113 MONT BLANC”

  1. certo che ne e’ passata di acqua sotto i ponti dalle “facili roccette”.
    non solo alpinisticamente.
    congratulazioni!

  2. Complimenti davvero: già è difficile realizzare un’impresa del genere nel modo in cui l’avete fatto voi, in più riuscire a raccontarla in maniera così coinvolgente è ancora più raro.
    Bravi.

  3. Grandioso e, a tratti, commovente.
    p.s.: a questo punto sei pronto per scrivere un libro, è semplice, tranquillo.

  4. COMPLIMENTI SOPRATUTTO A AMINA,CHE NON CONOSCO, PRIMA DI TUTTO PER L’ASCESA E POI PER AVERLA AFFRONTATA CON TE!