header image
 

111 GENNAIO DUEMILADODICI


Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati lì, tu ed io, gennaio Duemiladodici, il ghiaccio fuori, noi due tuffati dentro un cappotto, a respirare i nostri odori, la mia pelle di carta vetrata sulla tua, pelle liscia di mela, delizia che ha il sapore tenuissimo di tutte le cose che voglio, e quella tua voce di farfalla che mi sussurrava che sarei stato ancora felice, e che non ci sarebbe stato più altro da cercare, oltre, e che non ci sarebbe più stato un filo invisibile al quale restare legati, indietro, e che la vita è una luminosa giornata di sole, ora e adesso, e che arriveranno altre nuove stagioni, com’è naturale che sia, com’è sempre stato, è nell’ordine delle cose, e solo chi si ostinava a guardare la propria esistenza come attraverso una finestra di piombo non ne capiva il senso, come me, prima di incontrarti per un caso straordinario, che poi è quella semplice combinazione di eventi che in una parola sola è la vita, quella fiammella tenuissima che da sola non illumina la volta celeste, e che tu chiami stella, stellina, e che, nonostante la luce fioca, a te basta per sapere che io esisto, che non sono troppo lontano, anche se non sono lì con te, stella stellina… e ne canti a bassa voce le lettere, come una bambina, prima di addormentarti, dopo aver spento la luce, esserti tirata su le coperte e aver rivolto un pensiero alle cose lasciate indietro, passate di mano, dimenticate in uno sgabuzzino di tanti anni fa, chiudi gli occhi tranquilla, ed è come se io ti baciassi sugli occhi chiusi, stella stellina, la notte s’avvicina, la fiamma traballa, la gatta è nella stalla.

Ai pionieri dell’alba, quantunque.

110 CUCINA CREATIVA

Lui è un principiante del cuore. È umido come un pesce, emotivamente distante, e nuota nell’acqua verde della Palude della Tranquillità, come un’anguilla nel lavello, intorpidito dal freddo nella ghiacciaia in cui spesso si rinchiude da sé. Lui è titubante davanti al silenzioso sguardo dell’occhiata, proverbialmente priva di parola, e priva di rimbrotto, e di critica.

Lui pensa a come apparecchiarsi la paranza, e si muove intorno al tavolo del pesce, tra lische e squame, argentee lame per sfilettare, valve spaiate, raschia, raschia, le mani piene di ghiaccio che ora getta a pugni, come se fosse sale, le alghe impigliate tra i capelli, come nel mar dei Sargassi, lui ammansisce la spigola di mare, trita il prezzemolo, alla faccia della sogliola che se ne sta sul piatto da portata, piatta, e al San Pietro, con i suoi carichi sporgenti, spine e code e lische lisce, occhi che roteano vuoti, seppie intorpidite e mansuete, gamberi ordinati come soldati, pezzi di coltelleria apparecchiati sul tagliere, altre lische, gusci; affetta affetta, lui incide il pesce fino al cuore, fino al bianco candore del filetto geometrico del merluzzo del Mare del Nord, che impanerà in quella stessa pastella che ha imparato a preparare in una lingua che non è la sua, e impasta, rimesta, infarina, e attende che l’olio fumi nella padella profonda, frigge e impana, e frigge, e beve quella birra amara che sembra sia stata fatta con le lacrime del pesce, nera come il nero di seppia, la schiuma densa come quella del fumetto, e prepara teglie e tegami, carciofi e patate, asperge vernaccia, monda gli asparagi e li avvolge con la stagnola e disegna con la farina un ponte bianco tra il calamaro e il totano, perché i molluschi non si sentano soli, e si scambino infine anelli e promesse di fritture future.

Lui è un pesce veloce, forse un siluro smarrito e, nell’attesa di ritrovarsi, scioglie nella bouillabaisse il sangue del pomodoro e l’anima del peperoncino, e ne fa un sistema vivente che, grazie alle sue invenzioni, rivive preciso come un orologio, con la pompa della seppia che ne sospinge il moto. Poi lo porta a bollore, dispone la crosta di pane, e introduce i mitili, che aveva già presentato alle vongole, prezzemolo, sale, pepe quanto basta alle capesante, e non basta mai a rendere l’incontro galante, orziadas, gambara, gambara, gambara maccioni, pisciu re, sparedda e mummungioni, la ratantira del fritto misto, il pesce Nemo, il capitano del Nautilus, i ventimila pesci sega, e le leghe, i metalli, gl’inossidabili acciai, i fili delle lame, e gli ami e l’ “amo” gridato col megafono, e l’amore del pesce, solo come un cane, l’inestinguibile abbaiare notturno che tiene svegli e desta alle prime luci dell’alba, il cuscino rovente, il letto disfatto, un etto di bottarga stagionato sul tetto del sedano, e finocchio, erba cipollina e dragoncello.

Lui si spiega come può, a gesti, come i pescatori del porto, quelli che parlano soltanto l’idioma del mare, lui lancia lenze di nylon, lega le esche, pastura le acque pazze, si fa in quattro, tra nord sudovest est, il mare è grande, pensa, e pensa pure all’aragosta meccanica, al gambero a molla, e a tutti i meccanismi che regolano il moto dei pesci nell’acqua e degli astri nel cielo, al sole giallo come lo zafferano, anche al pesce pagliaccio, perché qualche volta ci si può anche non prendere troppo sul serio, e ai pesci piccoli piccoli che si mangiano tra di loro, e ai pesci grandi che si mangiano quelli più piccoli, e ai pesci vegetariani, che esistono sicuramente, ma che qualcuno che se li mangi, si trova ugualmente.

E poi c’è la faccenda dell’attesa, dei tempi di cottura, e delle solite imprevedibilità, incluse le coincidenze, le maldicenze e le mancate precedenze. Ma è pur vero che Nettuno ha sposato Venere sul tardi. Si capisce pertanto che un modo si trova sempre per risolvere le questioni importanti.

109 CLIMAX E KLEENEX

Cercherò di fare il punto sulla situazione. Sarò un chirurgo. Meglio: sarò un drone e bombarderò la questione da diecimila metri di altezza con i miei confetti intelligenti. Nessun giro di parole, andrò diritto al cuore del problema. E’ consentita al massimo una sola goccia lagrimale fuori bersaglio.

Spettro_gocce

Ho sbiellato. Le bronzine fuse: è ingrippamento. Gocce d’olio d’appertutto. Chiama il soccorso stradale, il motore non va, la testata è da rifare. Forse è meglio buttare via tutto. Meglio: chiama Mr. Wolf chè, se c’è un problema da risolvere, lui ce la può fare, e la figlia dello sfasciacarrozze non è nemmeno male.

Il contagocce titilla il liquido sul bordo del flacone. Venti gocce bluette: tranquo. Cinquanta gocce rosa: deep trance. Cento gocce gialle: non pervenuto. Amen. Mi ritirerei volentieri come un Cincinnato affetto da smodato cupio dissolvi. La storia tace dei vizi degli eroi. Gli eroi muoiono dove può capitare, anche su una panchina, anche senza una battaglia nei paraggi.

Se la domanda è: perché?, la risposta non sta sulle Paginegialle, alla voce Farmacie di turno. La risposta non sta nemmeno su Google. Al più vi si può trovare la risposta alla “domanda fondamentale sulla vita” che, come tutti sanno, vale Quarantadue.

C’è questa cosa paradossale che riguarda ciò che chiamiamo “nostra vita”, e quando cerchiamo di descriverla, ecco che elenchiamo essenzialmente, goccia per goccia, tutte quelle esperienze che non sono state altro che il nostro passato. La nostra vita è indubbiamente costituita da un qualcosa che è già andato, morto e sepolto. Sostanzialmente siamo vivi soltanto in un istante, questo. Per il resto, siamo morti. E’ paradossale chiamare vita un’accozzaglia gigantesca di roba morta da un pezzo.

108 – TIKKA MASALA – READY TO EAT

Semi gialli, malli e anacardi, yoghurt, coriandolo, zenzero e cenere, finocchio, cumino, curcuma e zucchero, cardamomo, senape, cannella, pepe nero, foglie d’altro, peperoni rossi, noce moscata, mango in polvere, olio di girasole, melagrana, sale, pomodoro, peperoni verdi, la varietà nella fantasia mostra le infinite gradazioni di una nazione oceanica, pacifica, atlantica e indiana, appunto: l’Affrica.

Buongiorno, son tornato, e sono solo. F., dove sei? Continuo a chiedermelo, F. non risponde.

Il letto di spine sul quale ho cercato di dipanare quest’ultima notte, alla luce dell’alba si mostra disfatto e umido, e odora di Tikka Masala. Mi chiedo: ma come cazzo sto vivendo?

Eppure, nel frattempo ho smesso di fumare le mie venti sigarette al giorno. Ho smesso del tutto, per cui il blog non può che soffrirne. La maggior parte delle idee nasceva tra una sigaretta spenta, e l’altra accesa. L’equilibrio è rotto, le parole si dipanano ora senza fumo, trasparenti e, forse, profumate al cumino. E poi, che parole dovrei scrivere senza che F. le possa ascoltare? Me lo chiedo e mica ho chiara la risposta. Come si dice, vado ad minchiam.

Ho deciso di rispettare regole severe per quanto riguarda il cibo e il mio stato di salute. Sono dimagrito di circa 15 chilogrammi. Pratico il podismo regolarmente e corro per almeno un’ora “every other day”, come si dice, a giorni alterni. Corro lungo la spiaggia del Poetto. Esco la mattina, prima del sorgere del Sole, e mi godo lo spettacolo dell’alba in prima fila, sul mare. Ho trentanove anni, L’anno prossimo, mi sono detto, correrò i miei primi quarant’anni. Se correre verso la vecchiaia stando seduto, o lontano da essa, con le scarpette ai piedi, ecco, questo è stata la scelta che ha determinato la mia svolta salutista. E poi i grassi, i cibi iperconditi, le MCschifezze… ma la Tikka Masala, quella è un must!

A tutto questo, aggiungo che bevo meno. Sono diventato una personcina a modo. Eppure ‘sto letto sembra il giaciglio del cane giallo, e ne ha quasi l’odore. Quello, il cane giallo, c’è sempre, mi ha aspettato di vedetta, il bastardo, mica è schiattato nel frattempo.

Tikka masala - ready to eat

Non sto malaccio, a parte qualche turba che spero essere passeggera.

Tra i numerosi disturbi della personalità che sono stati riconosciuti dalla psichiatria, personalmente soffro di disturbi paranoici: e chi non ne soffre?. Chi ne soffre tende ad interpretare il comportamento degli altri come malevolo, comportandosi così sempre in modo sospettoso. Ricorderai, F., sicuramente le mie scenate di gelosia a causa del tuo amico Alessandro che ti rubò dei baci che ritenevo fossero miei. E’ passato un sacco di tempo, è vero, e all’epoca non eravamo ancora una coppia, ma sai com’è? Tendo ad essere permaloso. A proposito, F., mi senti? Mah, mi era parso di sentirti.

Vado oltre. Per quanto riguarda i disturbi schizoidi di personalità, chi ne soffre non è interessato al contatto con gli altri, preferendo uno stile di vita riservato e distaccato dagli altri. Se tre anni di solitaria Affrica non bastassero, potrei citare anche come ho trascorso l’ultimo ferragosto, piantato da solo su una canoa, e per ben dieci giorni, a navigare per le acque del golfo di Orosei, tipo capitano Aqab, e ciò asserisce indubbiamente che questo disturbo mi interessa da vicino: elegia del verme solitario. C’è da dire che il Lexotan aiuta, ma questa è un’altra faccenda.

Il disturbo schizotipico della personalità, solitamente presentato da persone eccentriche nel comportamento, che hanno scarso contatto con la realtà e tendono a dare un’assoluta rilevanza e certezza ad alcune intuizioni magiche, invece, credo che attualmente non mi appartenga. Ho dubbi che ne abbia sofferto fino all’età di circa 14 anni, quando ero convinto che nel sottotetto di casa mia vivesse un corvo nero enorme, caso, questo, solo apparentemente risoltosi con la scoperta dell’urlatore notturno, il condòmino Gallina, ma questo è un’altra storia, e riguarda piuttosto il disturbo post traumatico da stress, nella forma di scemo di guerra, poi dipartito per cause naturali quando avevo l’età, appunto, di 14 anni.

Tra i disturbi caratterizzati da un’alta emotività, il disturbo borderline, a causa del quale chi ne soffre presenta una marcata impulsività ed una forte instabilità sia nelle relazioni interpersonali sia nell’idea che ha di sé stesso, oscillando tra posizioni estreme in molti campi della propria vita è evidente. Sono un podista borderline e un non-fumatore border line. Per non parlare del Tikka Masala, che è quanto di più borderline si possa immaginare. Dio, quant’è buono.

Per quanto concerne il disturbo istrionico, chi ne soffre tende a ricercare l’attenzione degli altri, ad essere sempre seduttivo e a manifestare in modo marcato e teatrale le proprie emozioni. Come poterne fare a meno? MI HAI SENTITO FABIENNE,  EH, ANDIAMO A FARE UN GIRO, CHE’ TI MOSTRO IL BECCACCINO SU QUELL’ALBERO (cit.)

Del disturbo narcisistico della personalità ne taccio per pudore, ma ne parlerei volentieri per ore intiere.

Del disturbo antisociale, ovvero dell’essere una persona che non rispetta in alcun modo le leggi, tende a violare i diritti degli altri, non prova senso di colpa per i crimini commessi, è evidente che il mio comportamento al volante giustifichi in pieno tale aberrazione.

Passerei ora brevemente ai disturbi caratterizzati da una forte ansietà.

Il disturbo evitante, ovvero la tendenza a evitare in modo assoluto le situazioni sociali per la paura dei giudizi negativi degli altri è stato dimostrato da me in molte occasioni, non ultimi i matrimoni di famiglia e i pranzi di cui alle feste comandate.

Il disturbo dipendente, al contrario, soffre del marcato bisogno di essere accudito e seguito da parte degli altri, delegando quindi tutte le proprie decisioni. E’ inutile dire che vivo ancora a casa di mia madre e che questo probabilmente è uno dei tratti salienti della mia personalità.

Aggiungerei, infine, il disturbo ossessivo compulsivo. Presento una marcata tendenza al perfezionismo ed alla precisione, una forte preoccupazione per l’ordine e per il controllo di ciò che accade. Sono pure un ingegnere, e questo aggrava, ahimé, il quadro clinico.

Talvolta manifesto disturbi passivi-aggressivi, quando mantengo una relazione pacata fintanto che l’altro è in accordo con me. Quando, invece, mi si contraddice, scatto in un accesso d’ira e spacco tutto, tipo Fisietto, ma senza Apecross.

Scorrendo l’elenco dei disturbi della personalità, credo di non poter mentire nemmeno sul sadismo, caratterizzato dalla crudeltà fisica e psicologica con cui tratto le mie vittime. I lividi, i baci e i morsi che ho lasciato sulle tue carni, F., ne sono un’evidenza.

Per essere precisi, o meglio, ossessivo compulsivi, vorrei aggiungere la presenza di un disturbo autofrustrante, (quello che una volta si chiamava masochismo) che si presenta con problemi di relazione in ambito familiare e lavorativo, umore depresso o ansioso, ritiro sociale o disturbo della condotta, ma la farmacologia, anche in questo campo, fa miracoli (anche la vecchia enologia non era male, però).

In psichiatria il disturbo di personalità è riferito agli individui i cui tratti di personalità sono disadattivi in modo pervasivo, inflessibile e permanente, e causano una condizione di disagio soggettivo clinicamente significativa.

Nel mio caso, però, non penso di essere pervaso in ogni meato da tali disturbi, né lo sono monotematicamente, inflessibilmente e permanentemente. Sono un disadattato poliedrico, policromo, direi.

Il disturbo deve presentarsi in un’ampia gamma di situazioni sociali e comportare una condizione di disagio, personale, sociale e lavorativo, clinicamente significativa, anche se questo non è sempre riconosciuto dal paziente, il quale manca di insight, ossia non si rende conto del proprio impatto sugli altri e non tende a cercare aiuto. F., dove sei, Fabienne, dove sei, F., dove sei?

Mi rendo benissimo conto dell’impatto che ho sugli altri. Mi rendo conto di aver abusato del tuo amore e di aver mostrato un’insensibilità elefantiaca. Ti ho ferita, ti ho logorato. Mi rendo conto che ho forse distrutto una magica unione di amore, intenti e interessi.

Mi è difficile spiegare quale vortice mi abbia aspirato in quest’ultimo anno, in un crescendo di stress, insoddisfazione, fallimento e commiserazione, frustrazione, egoismo. Tu sei stata al mio fianco e sei stata trascinata incolpevolmente in questa porcheria.

Riemergo in questi ultimi mesi e non ti trovo più. Ti corro dietro. Cazzo, sarai pure da qualche parte!

Anche il Tikka Masala, preso nei suoi ingredienti, non mi convince. Ciò che vince è la miscela. Cristo, quant’è buono.

107 LA SARTA TOPOGRAFICA

Prosegui la lettura ’107 LA SARTA TOPOGRAFICA’

106 UNLESS

 

Prosegui la lettura ’106 UNLESS’

105 VISIONE PERIFERICA

 

Prosegui la lettura ’105 VISIONE PERIFERICA’

104 VERSO BO


La Sierra Leone ha montagne e fiumi, è bagnata dal mare, confina con altri paesi e il prodotto interno lordo è un numero scritto in fondo ad una pagina gialla. La Sierra Leone si estende da Nord verso Sud e il cielo è bianco di caligine e di fumo. C?è sempre qualcosa che brucia e, dove tutto è già bruciato, l?incendio prosegue oltre, per bruciare altro. Al mattino, non riesco a soffocare l?odore di legna bruciata che avverto già da parecchie settimane, pervicace come una malattia tropicale, inesorabile come la malaria che stanca persino le pietre e, da qualche parte qui intorno, puoi stare certo che qualcosa brucia ancora. Ieri bruciava la collina qui davanti, oggi il fuoco si è spostato poco più giù, verso il ponte in ferro, sopra il fiume morto. Brucia ancora qualcosa, davanti ai bassi acquitrini di pianura, dove si specchiano le montagne che nessuno abita, perché tutto ciò che c?è da raccogliere cade in basso e, per questo motivo, nessuno abita in alto, sulla montagna, sarebbe uno spreco di energie, e di tempo, e di tempo non c?è n?è mai a sufficienza, per non parlare dell?energia.

Che mi è rimasto di tutto il tempo che ho lasciato scorrere, del filo di Arianna, dov?è finito quel nastro rosa e che n?è stato delle spiagge e delle stelle cadute, dov?è la strada che portava a casa, dove ho messo quella scatola di latta che ora non ho più, non ricordo se non un cielo azzurro di una mattina di gennaio, quando mi telefonarono e mi dissero che eri appena arrivata, la più estranea creatura che potessi immaginare, eppure io stavo lì, ricordo come se fosse ora, ti guardavo come si guardano quelle preparazioni di laboratorio in formalina, i campioni da studiare al microscopio, la pelle raggrinzita, i polsi cianotici, e anche se non lo sapevo ancora, tu saresti diventata bellissima, con le tue sole forze, come un fiore, come se per tutto il tempo avesse agito su di te una energia misteriosa che proveniva dall?interno, senza alcun mio sforzo, e quel giorno mi appoggiai al muro dietro una porta di un?aula dell?università e piansi, pensando al cuscino giallo, al soffio sulle piume in una camera scura, alle foglie secche che mi lasciavo dietro, e non sapevo che avrei amato ogni singolo istante di questa vita, ogni piccola immagine natalizia di doni riscossi abusivamente, soltanto presi in prestito, sogni non esauriti, ancora buoni per farci il brodo, per costruirci sopra una giornata qualunque, a partire dalle sette del mattino, quando lo specchio è una finestra attraverso la quale seguo i movimenti meccanici di un estraneo che si aggira per il mio bagno, e io ne colgo l?espressione impersonale che si posa sui rubinetti e che cola bruna dai tubi dello scaldabagno sulle piastrelle sudice fino al pavimento scuro di linoleum, ne seguo i lineamenti segnati dalle ombre e mi soffermo su un particolare del suo viso, magari su un pelo della barba più lungo degli altri, oppure sulle sue mani che raccolgono a coppa i resti del suo viso che sfugge tra le dite come l?acqua tiepida che sgorga dal rubinetto, e quel estraneo mi fissa, la bocca semi-aperta, lo sguardo perso verso lo specchio, mi guarda attraverso, come se non fossi realmente lì di fronte, come se fossi a quattromila chilometri di distanza, in Affrica, ad esempio.

Non so se sei mai stata a Bo, piccola mia, se hai mai viaggiato attraverso le colline fino in culo al mondo, fino a vedere sotto di te l?inferno in terra, attraverso i vetri unti di un monoplano a motore, Bo, la Maestosa, baraccopoli, viscida, sotto quella pioggia che non lascia respirare, come se fosse l?abluzione che laverà via tutti i mali, il perdono biblico, lo scroscio sui tetti metallici della riconciliazione con le cose del mondo, con le mani aperte a coppa, con un rivolo di sapone che mi cola tra i peli della barba, davanti allo specchio che stilla ruggine e vapore, sul bordo giallo del lavandino, a Bo, piccola, oltre le colline.

103 THE SOCIETY


Tutto è nato da una domanda che ho rivolto a Wuseni, un amico mio. Gli ho chiesto cosa accada durante le riunioni della Society. Mi ha risposto che soltanto chi partecipa alle riunioni della Society, sa cosa accade alle riunioni della Society. Poi, un bicchiere tira l?altro, e le domande si accavallano sull?orlo della coscienza prima di gettarsi nell?ubriachezza molesta, ho chiesto a Wuseni se le donne partecipino alle riunioni della Society. Mi ha risposto che esistono riunioni della Society aperte agli uomini e riunioni della Society aperte solo alle donne e che, quanto è vero Iddio ?ha detto proprio così, nessun uomo sa cosa accade nelle riunioni della Society aperte alle donne in quanto nessun uomo è ammesso alle riunioni della Society aperte alle donne del villaggio. Il caso ha poi voluto che il discorso vagasse alquanto, prima che io focalizzassi una sensazione che nel frattempo nasceva tra il cuore ed il fegato, a metà di uno di quei bicchieri di rum di cui perdi il conto, ma che scendono ugualmente nello stomaco come una lavanda gastrica di benzina. Sentivo Wuseni che parlava dell?Universo, e delle donne, e anche di Adamo, e di Eva, e di una certa faccenda di costole, e della Society, e delle tradizioni, e degli usi, e forse persino dei costumi, ora non ricordo esattamente.

Ogni tribù celebra la propria Society. Questo giustifica il fatto che, se i duemila abitanti di Bumbuna si dividono tra sedici tribù diverse, e ogni tribù celebra la propria Society un paio di volte all?anno, capita almeno una volta ogni paio di settimane di guidare per il lunedì mattina schivando i derelitti che dormono ubriachi in mezzo alla strada. Si sa: la riunione della Society è un evento importante e giustifica qualche eccesso. Eppure, nell?attraversare i grumi di senza-coscienza nelle brume del mattino, la coda dell?occhio afferra tonalità grigie nei volti delle donne. I marmocchi neri si dimenano ai lati della strada e non si vede l?ombra di una bimba.

Wuseni, gli ho chiesto ad un tratto. Non praticate mica l?infibulazione delle ragazzine, vero? Wuseni mi ha guardato con un sorriso ebete e mi ha risposto che no, nessun uomo sa cosa capiti durante le riunioni della Society delle donne del villaggio. Wuseni, ho proseguito, tu frequenti le donne del villaggio e non sai se qui si pratichi l?infibulazione? Wuseni ha proseguito a sorbire l?whisky dozzinale, affondando le sue labbra carnose dentro al bicchiere come se questo fosse un barattolo di Nutella, fissando lo specchio davanti a sé, senza abbandonare quel sorriso ebete.

102 PORT LOKO


Non posso raccontare sempre le stesse storie di tapioca e manioca. Corro il rischio di annoiare la clientela. Devo diversificare la dieta, cambiare i condimenti, aggiungere le spezie, colorare le salse: abbandono perciò la mia provincia paleolitica e me ne vado per tre giorni a Beach Number Two, tra il Giurassico ed il Cretaceo. I tronchi delle palme si agitano sotto il peso delle noci di cocco come lunghi colli di brontosauro sopravvissuti al Meteorite. La spiaggia si perde verso Sud, fino a Tonkeh. Da Nord giunge il profumo delle aragoste arrostite a Lacca. La sabbia è bianca come neve e sfrigola sotto ai piedi. I tropici verdeggiano. L?Oceano azzurro spinge e, quando l?onda si ritira, gli occhi si assottigliano al riverbero del sole sulla battigia, liscia come uno specchio. Chi nasce in un posto di mare sa che è sufficiente volgere le spalle a terra e guardare l?orizzonte per tornare a casa. Viene la tentazione di seguire il cerchio dell?orizzonte, tirato con la stilografica, e disegnare ai margini del proprio quadro i contorni delle montagne conosciute. Resisto alla tentazione di voltarmi e lascio vagare lo sguardo sopra l?Atlantico, senza fissare alcun punto di quel mare che si muove sempre, anche di notte, e non sta fermo mai. Sento spirare un refolo di Maestrale, il profumo mediterraneo degli arbusti poveri della mia terra mi prende alle spalle e i granchi emergono curiosi dalle loro buche come soldati dalla trincea. Per un istante il cielo si incupisce. Una barca rolla placida al palo: la bassa marea l?ha lasciata in una spanna d?acqua e lo sciabordio ha quello stesso suono che non potrei immaginare diverso.

Però, tutto questo è accaduto ieri. Stanotte sono già sulla strada notturna per Port Loko e, cercando di non pensare ai movimenti stomachevoli del mio baricentro, guido verso casa lungo una pista interminabile, e sconnessa, e insensatamente tortuosa. Penso a tutto ciò che io chiamo casa: il posto dove conservo le mie fotografie, il posto dove le persone che amo riposano sopra un letto che profuma di pesca, il posto dove termina il viaggio. Sì, la mia casa è dove termina il viaggio e, stanotte, casa è un posto lontano. Finalmente, la pista sterrata si riversa su un nastro bitumato che corre nero, senza margini di separazione con la notte nera. Incrocio auto senza fanali, uomini in bicicletta e autocarri abbandonati in mezzo alla strada. Io vado avanti. La radio trasmette la solita musica giamaicana e il motore ulula regolare. Ad un tratto, un movimento quasi impercettibile cattura la mia attenzione. Qualcosa si muove davanti a me, al centro della carreggiata. Improvvisamente, una figura appare dal nulla, illuminata dal cono degli abbaglianti. Istintivamente scarto a destra. Impiego qualche secondo per identificare ciò che mi sono già lasciato alle spalle. Il mio autista, riverso sul sedile del passeggero, si rianima per un istante e parlotta confusamente. Gli chiedo: Papeto, che cos?era? Mi risponde: una donna pazza. Sì, mi è parso di vedere una donna che corre nuda al centro della strada. La mia coscienza si rianima. Impiego alcuni secondi per riprendermi del tutto. Ora mi fermo, penso. Freno e, inaspettatamente, la strada rallenta anch?essa. Mi ritrovo fermo nell?oscurità di una provincia ignota, al centro di una strada nera; in Affrica, per giunta. Ingrano la retromarcia e torno indietro. Papeto mi chiede di ripartire, di lasciare perdere, di andare. Diventa sempre più nervoso. Per poco non gli do retta. Che faccio? mi chiedo, mentre affilo gli occhi nel tentativo di scorgere qualcosa dietro l?auto, alla luce del fanale bianco di retromarcia. Poi, scorgo una figura umana. Resto perplesso. Fino ad un momento fa avrei potuto convincermi di aver sognato. Ora, No. Una donna reale emerge dal buio. Corre e, come mi passa accanto, allaccia pudicamente in vita uno straccio. Prosegue oltre. Urla qualcosa, gesticola e va via. Mi giro verso Papeto e ne avverto l?irrequietezza. Gli chiedo ancora: Papeto, what?s happening? Fugge, vogliono rapirla, risponde. Eeeh? esclamo. Papeto mi dice che è una cosa che non ci riguarda, mi implora di andare, di andare via molto in fretta. Ingrano la prima e riafferro la donna con gli abbaglianti. Poi, l?affianco. Abbasso il finestrino e le dico: aspetta, ti aiuto, sali sull?auto. La donna continua a correre e leva in alto il braccio destro in un gesto che dice: via, via, vai via.

Pazzi, qui son tutti pazzi. Papeto si agita come un bambino. La donna corre e le natiche mulinano rotonde e lucide. Inseguo una donna che corre nuda nella notte con il braccio destro levato verso il cielo. Cazzo, cazzo, cazzo. Mi fermo, scendo dall?auto e inseguo a piedi la ragazza. Le corro dietro e la raggiungo con alcune lunghe falcate. L?afferro per una spalla. Fermati, disgraziata, le urlo. Lei si divincola e scarta verso il bordo della strada. Con un movimento sparisce dentro un cespuglio. Mi fermo sul ciglio della carreggiata con le mani sulle ginocchia. Sudo come un vitello. Malgrado la notte sia calata da più di un?ora, il calore del bitume è asfissiante. Resto lì per un minuto. In lontananza avverto il rumore della disgraziata che corre ancora attraverso gli arbusti, verso Port Loko. Papeto mi raggiunge alla guida del Land Cruiser. In fretta, dice, in fretta. Intorno a me odo insetti che ronzano a trecentottanta volt. Sulla strada non c?è nessuno. Oltre il cono di luce del fuoristrada, non c?è nulla. In lontananza, la notte silenziosa è illuminata da lampi elettrici privi di alcun tuono. L?aria odora di tutti gli odori che conosco. La stagione delle piogge si avvicina.